Thyssen: un processo come mai prima d’allora, per fatti che nessuno dimentica

Posted On 05 Dic 2017


Dieci anni esatti fa, non mi occupavo ancora di un certo tipo di cronaca e della conseguente cronaca giudiziaria; e non mi occupai quindi direttamente dello spaventoso rogo alle acciaierie Thyssenkrupp. Cosicché, il mio personale ricordo di oggi finisce per essere ricordo non tanto del fatto, quanto del relativo processo, che non a caso cominciai a seguire soltanto nel maggio del 2009, qualche mese dopo l’inizio del dibattimento di primo grado.

In quelle settimane, il pool di pubblici ministeri capeggiato da Raffaele Guariniello era impegnato nella stretta ricostruzione giudiziale dei fatti di quella notte. Ma da quell’impressionante quantità (e frequenza) di udienze emergeva non soltanto la storia di una notte che si portò via per sempre sette operai e per sempre segnò la vita dell’unico superstite; emergeva anche una tipologia nuova di processo: maxiprocesso non di mafia o terrorismo, ma “maxi” per l’ampiezza degli interessi generali che esso testimoniava ed accentrava in sé.

Nell’aprile del 2008, era stato promulgato il nuovo Testo Unico per la Salute e Sicurezza dei Lavoratori (non ancora in vigore, dunque, all’epoca dei fatti); per la prima volta, nel processo Thyssen si costituirono massicciamente parte civile il Comune, la Provincia, la regione, i Sindacati; per la prima volta, una pubblica accusa sostenne la tesi dell’omicidio non colposo ma volontario – illuminato da dolo eventuale – in capo a un datore di lavoro. Un complesso di tesi e parti che in aula trovava il proprio apice nella costante e appassionata partecipazione dei parenti delle vittime, che ad ogni singola udienza pinzavano nei tavoli foto degli operai scomparsi in modo da esibirle verticalmente, e indossavano maglie con i loro visi. Attorno ai parenti, una schiera di avvocati che doveva dar vita a una «socialità d’udienza» – come la chiamai all’epoca – che si intrecciò presto alle parallele vicende del processo Eternit, iniziato nel dicembre di quello stesso 2009, con scambi di avvocati e interazioni varie sul piano della cronaca e della sostanza, nel comune palcoscenico della Maxiaula 1 del Palazzo di Giustizia torinese.

Al ritmo di una, quando non due udienze alla settimana, il dibattimento progrediva rapidamente. In aula anche momenti di tensione, come quando alcuni operai ammisero di aver deposto in precedenza il falso, e pubblicamente ritrattarono; e momenti di complessità quasi indecifrabile, nei codici variabili ma sempre difficili dei moltissimi periti di parte, freddamente scientifici ma meno gelidi di Harald Espenhahn, il principale imputato, che, salito sul banco dei testimoni, non tradì la minima emozione. Nel frattempo, ogni 6 dicembre qualche iniziative delle famiglie riportava alla memoria la straziante crudezza dei fatti, che rischiava di sublimarsi in varie maniere attraverso le cronache di un dibattimento così lungo ed intricato.

“Bravo, bravo, dottor Guariniello!”. Con questo coro, il 15 aprile 2011, i parenti delle vittime salutarono l’accoglimento della già ricordata tesi del più famoso PM d’Italia circa l’omicidio colposo illuminato da dolo eventuale. E con pianti e strazianti grida di dolore, il 28 febbraio 2013, salutarono invece il suo ribaltamento nella sentenza d’appello. Il 24 aprile 2014, la Cassazione confermò la tesi di secondo grado, mandando però a rideterminare le pene; che furono così riscritte dalla Corte d’Assise d’Appello nel maggio 2015, e confermate dalla stessa Suprema Corte il 13 maggio dell’anno successivo.

Con la fine del processo di primo grado, già da tempo si era persa la quotidiana mediaticità processuale. Ma il rogo di quella notte di dieci anni fa resta una ferita mai rimarginata non solo per vittime, ma anche per la città. Ogni volta che se ne parla, le notizie trasudano un’emotività quantomai insolita; se ciò può apparire normale in occasione di un decimo anniversario, basterà invece citare le cronache circa il persistente rifiuto, da parte del governo tedesco, di consentire l’esecuzione della pena nei confronti di Harald Espenhahn e Gerhard Priegnitz.

Accostandomi per la prima volta alla cronaca giudiziaria, avevo la sensazione che un certo senso di eccezionalità fosse figlio della mia inesperienza. A dieci anni di distanza, vedo che qualcosa come il processo Thyssen (e il processo Eternit) non c’è mai più stato. Continuano invece – tra gli strali di Mattarella – le morti sul lavoro. Ma basta leggere l’odierna giurisprudenza della Corte di Cassazione per accorgersi che, da dieci anni a questa parte, qualcosa è cambiato per sempre.

Roberto Codebò

L'autore

Altri articoli

Lascia un commento