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Trenini: quel microscopico enorme cimento senza età

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Sarebbe necessario scomodare simultaneamente la Sindone e il Mausoleo di Lenin, per descrivere la folla accorsa tra sabato e domenica a visitare il plastico del Dopolavoro Ferroviario torinese. La Sindone, per la coda che da via Sacchi quasi angolo corso Sommeiller si allungava fin quasi alla sommità del cavalcavia; il Mausoleo di Lenin, per le cortesi ma ferme maniere nelle quali i soci del Dopolavoro invitavano i visitatori a procedere lentamente senza fermarsi mai.

In un’era in cui tutto sembra convertito in versione telematica e virtuale, sarebbe difficile motivare in teoria l’intramontabile fascino di quelli che tutti, familiarmente, chiamano “trenini”. Fascino che magnetizza lo sguardo dell’astante al transitare di questo o quel convoglio; sguardo che, mentre il convoglio stesso scompare e ricompare di galleria in galleria, si allunga verso i panorami e in mezzo a pochi dei mille dettagli che compongono la scena.

Già, mille dettagli. Perché, per uno sguardo certo partecipato ma necessariamente sfuggente è impossibile immaginare i mille piccoli cimenti che si celano ai margini di quel treno appena passato. L’omino seduto su una panchina con i piedi che toccano per terra (fatto non scontato, quando si lavora così nel piccolo); le foglioline appassite ai piedi di un albero che il vento, al vero, non potrebbe non scuotere; il cartoncino nero a occultare l’ampio vestibolo che altrimenti si scorgerebbe attraverso l’ingresso di una galleria; le erbacce che punteggiano, qua e là, pietrisco e marciapiede. Il tutto ottenuto in attuazione di quella spietata legge di natura secondo cui la parte più vistosa del lavoro richiede relativamente poco tempo, mentre ne serve moltissimo per i particolari al contorno. Esattamente come quando, andando ad abitare in una casa nuova e vuota, ci si trova tavoli e armadioni piazzati in un traumatico amen, e si passa poi tanto tanto tempo a risistemare quadri, tappeti, mobiletti e sante carabattole della vita quotidiana.

Analogamente, una montagna del plastico si fa abbastanza velocemente. Pali di legno pensati sulla sua sagoma, rete metallica, fogli di giornale imbevuti di colla, tinta di fondo e rivestimento di erba. Poi, inizia il microscopico e appassionante cimento a suon di casette, pineta, cava, funivia, gregge di pecore, fiorellini e chi più ne ha più ne metta. E, mentre sei pericolosamente proteso verso un punto recondito della scena, con la schiena che fa male, la pancia esposta alle punture dei pali della linea elettrica, i polpastrelli impiastricciati di colla che non si staccano da un costosissimo pastorello in scala 1:87, pensi che forse a quasi cinquant’anni tutte queste cose dovrebbero cedere il passo. Poi, in un weekend come quello appena trascorso, mentre realizzi il tuo servizio sul plastico del Dopolavoro Ferroviario incroci gli sguardi dei padri e dei nonni, non meno incantati di quelli dei bambini. Per non parlare delle madri, ex bambine di un’epoca in cui le pari opportunità non si erano ancora estese al ferromodellismo, che ora cercano di recuperare instillando nei figli quel virus di cui sono sono state condannate a essere portatrici sane.

Un tempo, a certi particolari del plastico si faceva meno caso. Legno nudo o quasi tra binario e binario; passaggi a livello montati su vistose piattaforme per nulla realistiche; elementi di paesaggio legati poco o nulla fra di loro. Erano del resto epoche nelle quali la forma di certi locomotori non poteva essere fedelmente riprodotta in scala, altrimenti al loro interno non ci sarebbe stato spazio per il motore. Oggi, la cura di certi particolari è divenuta quasi maniacale, a comporre a tutti i costi un colpo d’occhio che possa essere scambiato per un vero paesaggio, a suon di particolari che resistano, uno per uno, al più severo esame critico. Complice il massiccio sbarco dell’informatica nel settore, ormai il gran cimento delle piccole dimensioni non ha più ad oggetto soltanto le parti visibili, ma anche il background tecnologico; come ad esempio i minuscoli switch sui decoder che si usano per digitalizzare deviatoi e segnali, rendendoli manovrabili a distanza senza più stendere decine di metri di cavi nel sottoplancia. Ma ci sono cose di tecnologia non ne vogliono sapere, come i ganci di locomotori e vetture, ancora così primordialmente sensibili a sobbalzi e cambi di pendenza, da cui la classica scena della locomotiva che parte tirando dieci carri e arriva spingendone cinque, dopo averli perduti per strada e tamponati al giro successivo…

In un video che ho girato ieri durante il servizio, si ode chiaramente un bambino esclamare “Fantastico”, che, non dimentichiamolo, è l’aggettivo di “fantasia”. Fantasia che vola senza mai precipitare per il mal di schiena, e senza mai appiccicarsi alla colla. Mentre torni a casa dal tuo plastico, il paesaggio intorno a te ti sembra improvvisamente ingrandito, ma più spesso è a te che sembra di essere in scala 1:87. Forse questo ti sembrerà strano, ma – come direbbe Edoardo Bennato – è la ragione che ti ha un po’ preso la mano…

Roberto Codebò

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