Un derby, un anniversario, dèi che si stringono la mano

Posted On 03 Mag 2019

Scriviamo dalla tribuna stampa dello Juvestadium, luogo che una strana urna ha prescelto per il nostro ricordo degli Invincibili. L’aveva prescelto ancor più a fondo, ché il derby avrebbe dovuto avere luogo proprio il 4 di maggio; data che infatti è rimasta stampigliata sugli accrediti di questa sera, ma che sarebbe stata davvero troppo invasiva e quasi sacrilega. Gli ultimi ostacoli a un cambio di data da tutti auspicato sono stati rimossi dall’Ajax, che, poco altruisticamente, ha privato la Juve di certi imbarazzi di calendario.


Ieri, giovedì 2 maggio, nel tardo pomeriggio uno spaventoso acquazzone si è abbattuto su vaste zone di Torino. “Il cielo si sfaldava in nebbia, e la nebbia cancellava Superga”, verrebbe da chiosare sull’incipit di un cinegiornale la cui pellicola è stata annientata da visioni e visioni (ormai è presentissimo su Youtube). Ma lo spirito degli Invincibili aleggia in questi giorni sulla città non certo in versione meteorologica, bensì sotto forma di altissimo vaticinio. Toro in corsa per la Champions: sembra un derby degli anni Settanta…


“Chissà che cosa sarebbe stato il Grande Torino, se ci fossero già state le Coppe europee…”. E’ uno dei commenti storico-tecnici più frequenti a proposito di una squadra della cui straripanza al di qua dei confini si arrivò presto a dir tutto. Ironia della storia: in un’epoca senza Coppe europee, il Grande Torino cadde vittima di una trasferta internazionale. In quei primissimi anni del dopoguerra, fuori dai confini si cercava pacificazione tra i popoli e nuove vetrine per un calcio che, come ogni altra cosa, non poteva risorgere uguale da quell’uragano di fuoco che stravolse costumi, relazioni tra i popoli e tecnologia. Tra cui – su quest’ultimo fronte – quell’aviazione che di siffatte trasferte internazionali era imprescindibile protagonista.


Era durato otto ore, quel volo da Lisbona a Torino con scalo a Barcellona. “Speriamo che i venti ci siano propizi”, conchiudeva il pezzo di uno degli inviati che perirono su quell’aereo. Troppo piccolo per resistere a certi marosi dell’aria – ci si perdoni l’affettuoso bisticcio di parole con Virgilio Maroso -, ma fortunatamente anche per accogliere ulteriori passeggeri che altrimenti avrebbero perso la vita in quel maledetto mercoledì: così non partì il secondo portiere Renato Gandolfi, non partì Sauro Tomà, non partì Vittorio Pozzo, non partì Ferruccio Novo e neppure Niccolò Carosio (peraltro bloccato non da mancanza di hostess, bensì da impegni familiari). Sliding doors della storia: se quell’aereo fosse stato più grande, sarebbe cambiata la storia della radio italiana e, per quanto mi riguarda, da bambino non avrei saputo dove comprare Topolino: Sauro Tomà dopo la guerra divenne il mio giornalaio, come ricorda chi lesse le nostre righe dopo la sua morte, tredici mesi fa. Per la seconda volta Tomà non assiste da questa terra alle celebrazioni del quattro maggio. Ci mancano tanto i suoi pacatissimi commenti…


Sono entrati in campo per il riscaldamento i giocatori del Torino, qui allo Juvestadium. Dal buco nella copertura sbirciano diciotto spettatori molto speciali (anzi diciannove: adesso c’è per l’appunto anche Tomà). Chissà quali dritte daranno agli spiriti granata (che domani renderanno loro omaggio al Cimitero Monumentale) per spingerli verso quelle Coppe che ai loro tempi non esistevano ancora. Si ferma questa cronaca storicizzata al momento del calcio d’inizio, per farci passare alla cronaca propriamente detta. Il resto, ritualmente, dopo il fischio finale.

Applaudono dal cielo diciotto eroi (più Tomà), quando il sig. Orsato fischia la fine. Applaudono lo striscione loro dedicato dai tifosi della Juventus; e hanno ammirato undici loro degnissimi emuli, che umanamente avrebbero meritato la grandissima impresa. Iure divino, ecco librarsi in cielo un favorito degli dèi che resta lassù finché la palla non giunge esattamente dove Egli sapeva. E’ uno a uno, per un Toro che prosegue la sua corsa verso l’Europa dopo aver onorato al meglio Valentino Mazzola e compagni. Quando CR7 è salito così vicino a loro, si saranno certamente stretti la mano.

Roberto Codebò

L'autore

Altri articoli

Lascia un commento