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Un “re soldato” che non amava cavalcare, e che a tutti i costi non voleva abdicare

Posted On 18 Dic 2017


Il ritorno in Italia della salma di Vittorio Emanuele III ci è occasione per ripercorrere brevemente la parabola di un sovrano che regnò per ben quarantacinque anni, ma che troppo spesso viene ricordato soltanto per le drammatiche vicende del 1943, dimenticando la testimonianza che dal suo lunghissimo regno giunge a vari e diversificati periodi della storia nazionale.

“Io abito – credo – nell’unica via d’Italia intitolata a Vittorio Emanuele III”. Così mi diceva, nel lontano 1986, il mio professore di educazione fisica. Quella via – situata per la cronaca nel comune di Racconigi – non è in realtà l’unica con questo nome, ma di certo vi è una sproporzione pazzesca tra il numero di vie e piazze italiane dedicate a Vittorio Emanuele III e quelle dedicate al suo omonimo nonno nonché al padre Umberto I.

Destino di un re che regnò per quarantacinque anni, e il cui ricordo è legato agli ultimi ventiquattro mesi di regno. Salì al trono ai primi di agosto del 1900, subito dopo l’assassinio del padre in quel di Monza, in un momento in cui un’Italia sotto choc perdonava a Umberto I le sue colpe e – come sempre accade per chi non c’è più, specie se ammazzato – ne esaltava i meriti, con in testa lo sviluppo industriale di quell’età per l’appunto umbertina. Nel clima da patria in pericolo – aggravato tra l’altro da ulteriori morti per un falso allarme-bomba proprio durante il funerale di Umberto – il nuovo sovrano seppe respingere la tentazione di misure autoritarie. Dimostrò anzi equilibrio e saggezza che non si speravano in un trentenne (era nato a Napoli nel novembre del 1869) che fino a quel momento non si era affatto interessato di politica. Schiacciato dalla personalità del padre, Vittorio Emanuele non ancora terzo amava condurre vita bucolica o girare il mondo in compagnia della sua bella consorte Elena, pescata da una delle dinastie più spiantate e… informali d’Europa (quella che regnava sul Montenegro dopo l’indipendenza dall’Impero Ottomano) e esempio, accanto al principe sabaudo, di come una moglie possa essere molto più alta del marito…

Già, la statura. Problema terribile e ineliminabile per chi decisamente non disponeva del physique du rôle. Alto non più di un metro e cinquanta, il nuovo sovrano pativa visceralmente la propria inferiorità fisica nei confronti di chiunque. Con un padre alto un metro e novanta o giù di lì, e una moglie alta un metro e settanta (che a quell’epoca per una donna era una statura pronta per l’appena inventata pallacanestro), difficile dargli torto. Un disagio che lo coglieva in occasione di ogni visita ufficiale, laddove lui, il re, era costretto a guardare tutti dal basso verso l’alto. E la collocazione che in tal senso più l’avrebbe agevolato, vale a dire in sella a un cavallo, gli garbava meno che mai. Nondimeno – lui che solo grazie a una serie di carte false non venne riformato alla visita militare proprio perché troppo basso – con orgoglio si mise alla testa delle forze armate italiane allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, installandosi di volta in volta in una serie di ville nobiliari del Friuli che assumevano conseguentemente – e provvisoriamente – il suo nome, un po’ come succede all’Air Force One. Del resto, era stato lui stesso a gestire l’entrata in guerra dell’Italia avocando a sé la politica estera secondo un prassi poco conforme allo Statuto concesso dal suo bisnonno, e così incassando – secondo alcuni – cospicue mazzette dai governi di Londra e Parigi. Di cose militari in realtà capiva poco, ma fu comunque concretamente presente sui campi di battaglia e la tanto agognata Vittoria fu indubbiamente vittoria anche sua, tanto che si guadagnò l’epiteto di “re soldato”. Poi, il fascismo.

A Vittorio Emanuele III si rimprovera storicamente di non aver firmato lo stato d’assedio che avrebbe impedito la marcia su Roma. Tale visione nasce da un’interpretazione distorta che, figlia della stessa retorica fascista, vede la marcia su Roma stessa come episodio chiave della storia d’Italia. In realtà, i giochi politici si conducevano come sempre altrove; ma resta vero che il re non fu oppositore al fascismo, come non lo furono tutti quelli che nell’uomo forte di turno vedevano la soluzione a tutta una serie di italici problemi, e soprattutto l’arginamento del sentitissimo pericolo comunista. Negli anni poi del maggior consenso – anche internazionale – al fascismo e alla persona di Mussolini, per Vittorio Emanuele III fu gioco facile il sottrarsi a certe incombenze della politica, dedicandosi alla vita bucolica nelle tenute di San Rossore e Sant’Anna di Valdieri, nonché alla già citata passione delle crociere e agli investimenti – sempre secondo alcuni – delle… “regie tangenti” incassate da Francia e Gran Bretagna. Uomo ricco e parsimonioso, coltivò il suo stile di vita relativamente frugale e la sua gigantesca collezione di monete senza ostacolare l’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, che stavolta non era certo idea sua. Quando i venti guerra volsero contro Mussolini, fu regista del colpo di mano del 25 luglio. Di lì, iniziò la sua spaventosa parabola discendente…

Altro che evitare “ulteriori siagure” al Paese, come disse alla radio il maresciallo Badoglio tradendo la propria origine monferrina… L’8 settembre fu il tracollo di un nazione e – per quel che qui ci riguarda – di un re. Fuggì a Pescara, giusto perché la via Tiburtina era l’unico settore di uscita da Roma senza né truppe alleate, né truppe tedesche. Avrebbero potuto in realtà arrestare più volte la sua fuga, ma di fatto quest’ultima era stata barattata con quella di Mussolini, che sarà liberato dal Gran Sasso quattro giorni dopo grazie a una… “misteriosa” dormita dei carabinieri che lo sorvegliavano. Da Pescara Vittorio Emanuele III navigò verso Brindisi, e, in un’Italia spaccata in due, fu a capo del Regno del Sud. Liberata Roma, gli Alleati gli impedirono piuttosto brutalmente di tornarci, ma un sovrano ormai vecchio e stanco rifiutò pervicacemente di abdicare, costringendo il figlio Umberto ad agire nella Capitale come luogotenente secondo uno schema inventato per l’occasione da Enrico De Nicola. Abdicò a maggio del 1946, così lasciando al figlio l’onere di… abdicare un mese dopo evitando forse una guerra civile, con i risultati del plebiscito repubblica/monarchia che non erano né chiari, né comunque pacificamente accettabili per tutti. L’ultimo anno e mezzo di vita lo passò ad Alessandria d’Egitto, da pensionato con acciacchi e soldi ma senza più ambizioni.

Da oggi, le sue spoglie riposano al Santuario di Vicoforte, che non per questo – nonostante le proteste di qualcuno – diventerà meta di nostalgici come Predappio, dov’è sepolto Mussolini. Avesse potuto scegliere, sarebbe stato combattuto tra il Piemonte e Napoli, la sua città natale, della quale – strano per un uomo chiuso come lui – adorava parlare il meraviglioso dialetto.

Roberto Codebò

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