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VCO: storia e presupposti in nome di un referendum senza effetti

Posted On 25 Ott 2018

Il confine corre lungo la mezzeria del Lago Maggiore, fin quando una linea trasversale, che ivi congiunge le due rive, non segna la frontiera con la Svizzera. Potrebbe sembrare – Svizzera a parte – uno dei nostri reportage da terre lontane; invece parliamo soltanto della frontiera della nostra regione, che però in pochi, là e non soltanto, faticano a collocare per l’appunto lungo la mediana del Verbano.

Un accento e un dialetto che di piemontese non hanno nulla; collegamenti stradali (la SS 33 del Sempione) e ferroviari (la linea Milano-Domodossola) molto più tendenti verso la Lombardia che verso il resto del Piemonte; particolarismi e senso di autonomia locale che non hanno bisogno di rivolgere i proprio afflati contro Milano o Torino; basta prendersela con Novara, dalla quale l’estremità settentrionale del Piemonte divenne indipendente nel 1992 con l’istituzione dell’odierna Provincia del Verbano-Cusio-Ossola.

Era il 1381, quando l’Alto Novarese si autocedette ai Visconti in cambio di corpose autonomie amministrative e fiscali. Queste ultime furono confermate da tutti i sovrani che, fino all’inizio del settecento, si succedettero in quel di Milano, abituando così Verbania, Domodossola e dintorni a governarsi sostanzialmente da sé, vivendo sul pregio di trovarsi lungo il fondamentale asse di comunicazione europeo nord-sud transitante lungo il passo del Sempione.

Poi, un bel giorno, arrivarono i Savoia. I quali non potevano espandersi verso ovest, dove la Francia era troppo forte; non erano interessati a espandersi verso la Svizzera, dove arrivavano già alle porte di Ginevra (la quale peraltro a quell’epoca non faceva parte della Confederazione Elvetica); sognavano di conquistare Genova, dove la vecchia Repubblica Marinara si dibatteva in una lunga ma ancora resistente agonia; ma soprattutto sognavano Milano, occupata brevemente durante la Guerra di Successione Polacca del 1733-1735, le cui vicende costrinsero però i Savoia a rimandare l’avverarsi del sogno fino al 1859. Corposa consolazione: la fissazione del confine Regno di Sardegna – Ducato di Milano (ora in mani austriache) sulla linea del Ticino, con – sul settore settentrionale – la fondamentale conquista di Novara.

Per spostare il confine anche nella zona ancora più a nord, sarà invece necessario attendere un’altra guerra, e un decennio scarso. Alle vicende che consegnarono al Piemonte l’odierna provincia del Verbano-Cusio-Ossola abbiamo dedicato una puntata della nostra rubrica Magistra Vitae <leggi>; qui, basti ricordare che la conquista divenne effettiva il 26 gennaio 1744, e che nell’occasione i Savoia collaudarono un errore che avrebbero tragicamente consolidato su larga scala durante tutto il Risorgimento: estendere tout court la propria legislazione alle terre di nuovo acquisto, infischiandosene delle particolarità locali. Queste ultime – lo abbiamo già ricordato – erano per l’Alto Novarese più che mai accentuate, e l’atteggiamento di Torino mise subito in cattiva luce i nuovi padroni, che tornarono sui loro passi quando ormai era troppo tardi.

In ogni caso, Verbania, Domodossola e dintorni non cambiarono più bandiera. Restarono con i Savoia divenuti nel frattempo Re d’Italia: Il regime fascista, sempre dedito a uccidere le autonomie locali, li legò strettamente alla Provincia di Novara; la Repubblica Partigiana dell’Ossola durò soltanto quaranta giorni, ma in tale brevissimo lasso di tempo riuscì a organizzarsi amministrativamente in nome di una voglia di indipendenza che andava ben oltre le istanze della Resistenza. Finita la guerra, bisognò attendere fino al 1992 per liberarsi della ripristinata dipendenza da Novara.

Oggi, il Verbano-Cusio-Ossola ha scelto di rimanere piemontese. Ovviamente solo in senso amministrativo, ché nulla della cultura di Torino e dintorni s’è mai inoculato in quelle terre. Calcoli economici, o pigrizia dell’elettorato? Di certo, Chiamparino è corso lassù per perorare la causa ex sabauda. Una delle poche volte in cui all’ombra della Mole ci si è ricordati di quei bellissimi luoghi. Forse perché quella gente – in questo senso, sì, più che mai lombarda –  è abituata a rimboccarsi le maniche da sé, e non è mai esistita la Cassa per il Verbano-Cusio-Ossola.

Roberto Codebò

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