
Abbiamo conversato con Luca Maritano, alias MangiaTorino, star dei social per i suoi racconti gastronomici sulla città sabauda. Ci ha raccontato come è nata questa sua nuova vita, la sua passione per il cibo ed alcuni comportamenti particolari ai ristoratori.
Partiamo appunto dal tuo mondo: quello del raccontare la ristorazione di Torino. Innanzitutto, com’è nata la tua passione per il cibo?
La mia passione per il cibo penso sia nata grazie a mia mamma, che cucinava molto poco a casa e mi portava sempre a mangiare al ristorante. Da lì è nata questa passione, perché mi piace proprio andare a mangiare e provare cose nuove.
E per quanto riguarda il mondo che hai creato — un vero e proprio modo di raccontare i ristoranti e i piatti della ristorazione torinese attraverso i social — com’è nata questa idea? Ti sei ispirato a qualcuno o hai avuto dei riferimenti?
È nato per gioco, un po’ per caso. Se guardo il mio profilo Instagram personale prima di MangiaTorino, è praticamente un “MangiaTorino che non ce l’ha fatta”. Ho visto che i miei amici mi seguivano in pochi, quindi ho deciso di aprire questa pagina e da lì le persone hanno iniziato a seguirmi. Penso sia successo perché ho sempre cercato di portare contenuti di qualità. Riguardo all’ispirazione, sono stato uno dei primi a farlo su Torino, quindi non ho avuto riferimenti locali. L’unico a cui mi sono ispirato parecchio, pur operando su una fascia diversa come YouTube, è Mocio. Mi ha dato una grande mano, specialmente per i miei viaggi all’estero.

Hai frequentato moltissimi ristoranti a Torino in questi anni e conosci molto bene i vari quartieri. C’è un quartiere in particolare che ti ha colpito per la proposta gastronomica o che si sta proponendo in maniera innovativa?
Secondo me ce ne sono vari, ma noto soprattutto un grande cambiamento. Il primo quartiere che mi viene in mente è Barriera, dove c’è ad esempio il nuovo ristorante HL, che rappresenta una gran bella apertura in una zona solitamente difficile. Penso poi all’evoluzione di San Salvario: un tempo c’erano tantissimi cocktail bar, mentre ora sono quasi tutti ristoranti. Infine, il polo di Piazza Carlina: una volta non c’era niente, mentre oggi è ricco di posticini interessanti.
Sempre rimanendo sulla proposta gastronomica, negli ultimi anni molti ristoranti propongono piatti della tradizione rivisitata o “scomposta”. Qual è la tua opinione a riguardo?
Dipende. Se vogliamo far passare la scomposizione di un piatto per fine dining, secondo me è sbagliato. Sulla rivisitazione, invece, sono aperto se fatta bene. I plin di oggi, ad esempio, sono rivisitati rispetto a quelli di una volta: un tempo erano “all’unghia”, oggi sembrano delle caramelle. Io preferisco il plin un po’ più grosso, ma questa è un’ottima evoluzione. Se invece si parla di cannolo scomposto fatto pagare molto più di quello classico, allora dico di no. Sono aperto alle rivisitazioni, ma con cautela.

In questi anni avrai conosciuto la gran parte dei ristoranti torinesi. Senza citare il nome, c’è un episodio in particolare che ti ha colpito nel comportamento di un ristoratore, visto che ormai sei un personaggio molto conosciuto?
Sicuramente a volte c’è stata un’attenzione maggiore. Mi è capitato durante la serie sulle pizze al padellino e le farinate: una sera, la figlia della proprietaria di un locale mi ha riconosciuto e ha avvisato la madre di fare attenzione perché c’era MangiaTorino. Probabilmente temeva che qualcosa andasse storto vista la serie in corso. Per il resto, fortunatamente mi trattano quasi sempre come un normale cliente. Anche nei video in collaborazione chiedo sempre di essere trattato come un vero cliente, perché se i miei follower riscontrano poi un trattamento diverso, è sbagliato.
In ultimo, qual è il tuo piatto preferito o quello dell’infanzia che apprezzi di più?
La pizza in tutte le sue forme è il top. Però mi sono accorto che quando torno da un viaggio, la prima cosa che voglio mangiare è un piatto di pasta al pomodoro. Semplice, ma è ciò che mi dà la gioia maggiore.