Aria da primo giorno di scuola, in un Palagiustizia che oggi si risvegliava dal lungo letargo estivo. E in mezzo al ritrovato brulicare di toghe e imputati, in aula 46 vanno subito in scena le materie scientifiche. Quelle che in italiano si chiamano scienze forensi: le quali non sono giuridiche, ma sono chimiche fisiche e naturali al servizio della ricerca della verità giudiziale. Salvo divenire – come oggi – decisamente informatiche: “digital forensics”, secondo la scritta che campeggia sulla pettorina di uno degli agenti di Polizia Giudiziaria presenti oggi in aula.
Decisamente, la si potrebbe definire cyberudienza. Sullo schermo pilotato dal prof. Andrea Lingua del Politecnico di Torino, un autentico collage tridimensionale di immagini prelevate dalle telecamere dei negozi e degli uffici sparpagliati per i luoghi dell’attentato. Equiparate scale e prospettive per farle confluire in un unico risultato grafico, il prodotto sembra la riedizione si sfondo Google Maps di certi quadri diacronici del Rinascimento: nei quali lo stesso personaggio compare più di una volta, a mostrare dove egli si trovasse in un primo, in un secondo, in un terzo istante.
Ecco quindi l’immagine dell’attentatore, e quella di Alberto Musy, girarsi attorno ad ampie volute nei pochi minuti trascorsi dalla prima uscita di casa della vittima sino al momento degli spari. Stime di velocità e di posizione, integrate – nei punti dove non v’erano immagini – dalle dichiarazioni dei testimoni oculari.
Ma non è tutto. Perché dagli aspetti cinematici si passa rapidamente a quelli antropometrici: il tentativo di ricostruire le misure fisiche dell’attentatore sulla base delle stesse immagini utilizzate in precedenza, per mezzo delle tecniche di misurazione degli oggetti – e delle persone – direttamente sulle immagini fotografiche (termine tecnico: fotogrammetria). Sulle quali arrivano poi a tenzonare gli esperti della difesa, che, analizzando passo dopo passo l’andatura del sospettato, mirano a dimostrarne la differenza rispetto al modo di camminare di Furchì.
Bentornata, antropometria. Scienza molto cara a Cesare Lombroso, ai tempi in cui tale scienza era utilizzata non per svelare l’identità di un’immagine (anche perché di immagini ce n’eran poche, e poco nitide), bensì addirittura per ricostruire il carattere della persona. La forma del naso, il taglio degli occhi, la foggia del cranio, misurati attraverso strumentini simili – tra gli altri – a compassi che oggi fanno bella mostra di sé non solo nel Museo Lombroso, ma anche in qualche sua succursale di fatto come lo studio del compianto avv. Papotti, culla di un’invidiatissima collezione di memorabilia antropologico-criminali.
Tutt’altra antropometria, quella di oggi. Non positivista bensì cybertecnologica, tenta di misurare la testa, le braccia, le gambe, addirittura il naso per capire chi potesse essere quell’uomo senza volto. Che nelle immagini si mostra di spalle, sulla testa il famigerato casco a chiazze bianche e nere che ricordano il faccione di un gatto dei cartoni animati. Tra una sfumatura di grigio e l’altra, una tasca rigonfiata che potrebbe – il condizionale è d’obbligo – nascondere la pistola fatale.
La pistola dell’uomo dei mille misteri: finanziari, universitari, ferroviari. Nell’intricato puzzle che dovrebbe condurre alla sua identità , da oggi anche questo affascinante tassello ultratecnologico.
Roberto Codebò
