Sport, pari opportunità, favori paradossali


Abbiamo avuto il piacere di seguire da spettatori, nonché da sciatori dilettanti, la seconda settimana delle Olimpiadi. La nota frammentazione sul territorio non consentiva il sistematico periplo cui avete assistito l’anno scorso in occasione delle Universiadi dello scorso anno; abbiamo quindi pensato di scegliere, come campo base, Canazei. Che non solo ci è personalmente carissima per ragioni storiche e motociclistiche, ma aveva il pregio di avere ai propri piedi il primo tempio europeo dello sci nordico paesi scandinavi esclusi, e sulla propria testa il primo tempio mondiale dello sci alpino nessuno escluso. Due maestose cattedrali cosmopolite, molto poco intercomunicanti nonostante le poche decine di chilometri di distanza, ognuna delle quali ha rivelato meraviglie e pecche, miracoli e difetti logistici in mezzo agli inevitabili inciampi organizzativi

Nel quadro di tutto ciò, scegliamo il tema delle pari opportunità nel mondo dello sport. Tema di grandissima attualità, da noi già sviscerato un anno fa in occasione delle Universiadi, e che da qualche decennio a questa parte viene perseguito dalle grandi organizzazioni sportive mediante quattro distinti metodi, che ovviamente si intrecciano fra loro:

1) Incentivazione della partecipazione femminile alle grandi manifestazioni sportive; 

2) Estensione alle donne di una serie di gare storicamente riservate agli uomini (si pensi che la maratona delle Olimpiadi estive si disputa in versione femminile soltanto dalle olimpiadi di Los Angeles nel 1984….);

3) Inclusione nel programma olimpico – o mondiale, o quel che è… – di gare di squadra che “abbraccino” entrambi i generi (tipicamente, due uomini e due donne); 

4) Maggior equità nella calendarizzazione dei singoli eventi, evitando di trattare – come avveniva sistematicamente un tempo – la gara femminile come un prologo in tono minore e il corrispondente evento maschile come major event.

Di questi quattro metodi, i primi due corrono sul filo di un arco storico necessariamente ampio. Al contrario, il terzo e il quarto si possono misurare a livello di singola edizione. Ci duole constatare che, sotto tali aspetti, i Giochi appena conclusisi non solo non hanno evidenziato progressi, ma hanno addirittura mostrato qualche passo indietro. 

L’esempio più eclatante in tal senso è stato offerto dallo sci alpino. Non è una novità che le gare maschili e le gare femminili si disputino in due siti diversi, inevitabile conseguenza delle impietose logiche della spartizione a tavolino. Ma un conto è quando, come nel 2006, si tratta di due località separate da un grappolo di tornanti, come Sansicario e Sestriere. Un altro conto è quando si tratta di Cortina e di Bormio: non inganni la distanza in linea d’aria, ché le due località sono separate da un sistema di monti e di vallate che le fa sembrare appartenenti a due emisferi diversi.

Dal punto di vista del prestigio delle singole competizioni, è andata sicuramente meglio alle donne. Senza nulla togliere al feudo di Deborah Compagnoni, accostare la pista Stelvio di Bormio all’Olimpica delle Tofane sarebbe come accostare il Queen’s a Wimbledon, il circuito di Abu Dhabi a Montecarlo oppure il Bentegodi a Wembley. Tutto molto molto provvidenziale per noi azzurri, che abbiamo visto esultare Federica e anche un po’ Sofia sullo sfondo delle Montagne più belle del mondo. Peccato che, con uomini e donne così lontani fra loro, non si sia potuto pensare di mettere loro gli sci ai piedi nel quadro di una medesima gara, e sia così andata a farsi benedire la bellissima combinata a squadre in versione rosazzurra.

Bisogna peraltro ammettere che le gare a genere misto sono state sdegnate anche dallo sci da fondo, che, nonostante la costante coabitazione di ragazzi e ragazze nel territorio di Tesero, non ha annoverato nel proprio programma la staffetta con due uomini e due donne. Unica consolazione nelle discipline nordiche è giunta dal biathlon, che però fa un po’ storia a sé perché è genere da melomani dello sport, i quali hanno intasato tribuna e bordopista della minuscola, isolatissima è specializzatissima Anterselva, dove il problema non era quello di potersi incontrare, ma di riuscire a scansarsi… Il tutto per la gioia di Dorothea Wierer, Lisa Vittozzi, Tommaso Giacomel e Lukas Hofer, che hanno innalzato i colori azzurri sino al secondo gradino del podio.

Dal canto suo, lo sci da fondo ha cercato di supplire all’assenza della staffetta mista con una scelta di calendario che voleva essere un omaggio al gentil sesso, ma che invece gli ha fatto un dispetto terribile. In quanto forma più antica di scivolamento sulla neve, il fondo mantiene il tradizionale privilegio di benedire l’ultimo giorno di gare con la cinquanta chilometri, autentico equivalente invernale della maratona. Ça va sans dire, fino a pochissimo tempo fa la gara dell’ultima domenica era rigorosamente quella maschile; da qualche tempo, come si osserva anche nel nuoto e nella stessa atletica leggera, la vetrina finale viene riservata alle donne. Ma in una Olimpiade invernale, e per di più così sparpagliata, il vincitore della gara regina non fa la sua ultima curva nel sito riservato alla cerimonia di chiusura…….

Ci si è messo anche il fatto che i norvegesi, autentici padroni di casa a Tesero e dintorni in queste due settimane, si siano ritenuti soddisfatti – bontà loro… – dalle sei medaglie d’oro di Johannes Høsflot Klæbo in altrettante competizioni maschili previste dal calendario: l’impresa più straordinaria di questi Giochi, destinata a restare per sempre nella storia delle Olimpiadi, che si è compiuta nella giornata di sabato. Dopodiché quasi tutti i sudditi di re Harald V – che oltretutto non erano favoriti nella gara femminile, dove infatti hanno preso “solo” un argento – se ne sono tornati quasi tutti a casa, lasciando sulle tribune paurosi vuoti riempiti a stento dalla pur indiavolata esultanza svedese. Vuoti che non hanno né fatto piacere a Heidi Weng – la seconda classificata in questione – né tantomeno onore al gentil sesso in generale.

È la seconda volta in poche settimane che parliamo di quello che vorrebbe essere un favore, e diventa un tiro mancino. A proposito della Coppa d’Africa abbiamo commentato un arbitraggio di parte, che divenendo troppo di parte ha finito per danneggiare il beneficiario designato. Nel caso olimpico, un gesto formalmente cavalleresco ha relegato la gara femminile a un ruolo marginale ai limiti della sdegnosa sopportazione (tipo: “Ma perché non se ne vanno queste qui, così incominciamo a smontare tutto…?”). Ci spaventa che le nostre parole, al pari di molte altre, finiscano alle orecchie di chi decide a scena aperta di riammettere la Russia alle Paralimpiadi, scatenando il putiferio di cui tutti sapete. In mano a simili teste, parole che vorrebbero essere sagge rischiano di fare l’effetto di una bomba…

Roberto Codebò