Italia-Albania: storia di una prima volta


«Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia e di Albania, Imperatore d’Etiopia». Ancora oggi, un simile preambolo si presenta a chi apra il Codice Civile nella sua primissima pagina (cosa che, ovviamente, avvocati e altri addetti ai lavori non fanno quasi mai). Anche se l’unificazione personale dei regni d’Italia e di Albania durò soltanto una manciata d’anni – a cavallo dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale -, basterebbe quasi quella dicitura per intitolare i legami tra il Paese delle Aquile e il Nostro, dalla Serenissima Repubblica di Venezia sino ai boat people dei primi anni Novanta.

Un anno e mezzo fa, presentando la semifinale Francia-Marocco dei Mondiali del Qatar, parlavamo non soltanto della prima squadra africana semifinalista e del relativo tifo panafricano e panarabo; ma anche di come, Oltralpe, vi sarebbe stata la stessa possibilità di caroselli di auto nel caso di una vittoria francese, e di una vittoria marocchina. Se per i nostri cugini una simile fenomenologia sociale è ormai consolidata, per noialtri si può veramente parlare di una prima volta. Già terra di emigrazione, da molto meno tempo rispetto a Francia, Gran Bretagna e Germania il nostro Paese è divenuto terra per stranieri in cerca di fortuna. Durante i Mondiali del Qatar, abbiamo assistito anche noi agli entusiastici caroselli marocchini; ma ci mancava ancora il caso dello scontro diretto. Delle tre possibili candidate a una simile première – il Marocco stesso, la Romania e l’Albania – l’onore in questione tocca, per l’appunto, a quest’ultima.

Per trovare la prima immigrazione albanese nella nostra Penisola, occorre andare molto più indietro rispetto alla caduta del Muro di Berlino. Bisogna infatti retrocedere sino alla fine del Quattrocento, quando la morte di Giorgio Castriota “Scanderbeg” – l’eroe nazionale albanese – fece tramontare le speranze di potersi opporre ai conquistatori ottomani, e molti albanesi scelsero la via dell’Esilio nel Regno di Sicilia e soprattutto nel Regno di Napoli. Erano già tempi di scafisti e barconi di fortuna; e chi riuscì a sbarcare sano e salvo non sempre si fermò in Puglia, ma si spinse anche fino in Calabria se non addirittura in Sicilia. Ancora oggi, a distanza di cinquecento anni, i discendenti di quei migranti parlano un albanese nettamente arcaico, vergine del forte influsso turco che travolse Tirana e dintorni nei secoli seguenti: tipico fenomeno di conservazione lontano da casa, in tempi in cui la mancanza di radio e telefono impediva di continuare a parlare con i propri parenti, condividendo l’evoluzione dell’idioma. E ancora oggi, da questa parte dell’Adriatico e dello Ionio è custodito addirittura l’antico nome del Paese di provenienza: le comunità albanesi dell’Italia Meridionale si autodefiniscono ancora arbëreshë, che è aggettivo di Arbëria, antico nome della terra d’origine (da cui deriva il nostro “Albania”), la quale invece oggi è chiamata da tutti Shqipëria. Il tutto da pronunciarsi con una erre caratteristicamente arrotata che ci ricorda i trascorsi veneziani. Storia e cultura che, nel nostro Sud, si pongono agli occhi di tutti per mezzo di toponimi quali Piana degli Albanesi (in Sicilia) e Spezzano Albanese (in Calabria); nonché nel fatto che la cantante Anna Oxa, nativa di Bari, abbia semplificato la grafia del cognome per scopi artistici ma si chiami in realtà Anna Hoxha, lontana cugina del celeberrimo Enver. Ponte ideale per ricollegare tra di loro i due grandi flussi migratorî dall’Albania verso l’Italia.

Consolidatasi la conquista ottomana, per secoli l’Albania seguì le altalenanti vicende della Sublime Porta. Nei primi anni del Novecento, quando il lento declino turco era ormai sfociato nell’agonia, sull’onda di un forte movimento patriottico l’Albania giunse all’indipendenza nel 1912. Senza qui poterci soffermare sulle complicate vicende balcaniche dei decenni successivi, passiamo direttamente alla già ricordata annessione italiana del 1939, alla riconquista dell’indipendenza nel 1945, alla sfumata adesione alla Federazione Jugoslava e all’instaurazione di una Repubblica Socialista indipendente. Sotto la dittatura del già citato Enver Hoxha, il Paese delle Aquile – in albanese shqiponjë, da cui per l’appunto Shqipëria – non aderì alla destalinizzazione, entrò nell’orbita cinese e poi in una disastrosa autarchia che ridusse il Paese alla fame. Morto Hoxha nel 1985, non rimase che attendere la caduta del Muro. Di qui, i primi barconi di migranti dell’epoca contemporanea, i quali, ripercorrendo le rotte di mezzo millennio prima, non giunsero in Italia dallo Stretto di Sicilia – come oggi si tenderebbe a credere – bensì per l’appunto dal Mar Adriatico. Questa volta, non si fermarono certo al Sud; e questo sabato – da Torino a Palermo – saranno pronti a gridare dalle finestre aperte in caso di gol, e a scendere in strada in caso di vittoria, festeggiando proprio sotto il naso di chi, ancora troppo spesso, altezzosamente li chiama “lavavetri”.

Roberto Codebò