
“Questo papa venuto dalla fine del mondo”. Terzo pontefice consecutivo non italiano, ma primo assoluto a non provenire né dall’Europa né dal bacino del Mediterraneo, Francesco aveva sottolineato con queste parole la sua origine lontana, resa molto meno esotica dal fatto che suo bisnonno paterno fosse originario di Montechiaro d’Asti, paese d’origine – mi permetto di ricordarlo – anche di mia nonna paterna. Proprio ad emulazione di quel bisnonno il papa argentino si sarebbe – per dirlo alla maniera latina – imposto un nome tanto caro alla Chiesa cattolica, ma mai utilizzato da nessun precedente pontefice, col curiosissimo risultato di non far più udire – dal 2013 a questa parte – il nome pontificale seguito dal caratteristico numero ordinale.
“Non dimenticate, per favore, di pregare per me”. Dopo ventisette anni di Wojtila e otto di Ratzinger, quell’esortazione che concludeva ogni Angelus suonava quasi popolare, così lontana dalla verve teatrale di Giovanni Paolo II – finché la salute glielo permise – nonché soprattutto dall’amplomb ieratico di Benedetto XVI, a riportare i meno giovani ai ricordi targati Giovanni XXIII. In altre parole Bergoglio avrebbe potuto a sua volta invitare a dare ai bambini una carezza, come faceva Roncalli, e non un ceffone, come qualcuno chiosava per prendere in giro Ratzinger. In nome di un simile stile, papa Francesco giunse addirittura a utilizzare le proprie origini astigiane invocando pubblicamente il concetto di mugna quacia, che letteralmente significa “monaca quieta” e viene utilizzato per bollare chi è troppo sacro di fuori, e troppo profano di dentro… Citazione decisamente poco papale, che la dice lunga circa la colloquialità di uno stile che non sempre – peraltro – corrispondeva a indirizzo teologico e indirizzo politico. Chiamato a capo di una Chiesa squassata dagli scandali che – unitamente a motivi di salute – avevano portato alle inusitate dimissioni del suo predecessore, Francesco non ha mai sconfessato le tradizionali posizioni vaticane su aborto, anticoncezionali e sacerdozio femminile. Nondimeno, la familiarità del suo stile resta a stemperare la sostanziale radicalità della linea ufficiale.
“Un saluto ai fedeli venuti dal Brasile. Non piangete: ci sarà un’altra volta”. Con queste parole un argentino tifosissimo di calcio “consolò” coram populo gli odiati rivali dopo la loro eliminazione dal Mondiale del 2018. La passione sportiva di Bergoglio era arcinota: parve una strana coincidenza che il suo primo Angelus venisse recitato a cavallo tra la maratona di Roma e una vittoria dell’Italia all’Olimpico nel quadro del Sei Nazioni… Non è del resto frequente che un pontefice renda nota la propria squadra del cuore – il San Lorenzo de Almagro – utilizzando peraltro una parlata che agli italiani non poteva non ricordare un altro argentino che col calcio aveva qualcosina a che vedere… Jorge Mario Bergoglio e Diego Armando Maradona – per quanto ci consta – si sono incontrati pubblicamente una sola volta, ma il filo conduttore tra i due era palpabile non solo nell’accento, bensì proprio nel relativo stile popolar-mediatico. Va notato del resto che il fatto di essere riuscito a morire – a soli sessant’anni – durante il pontificato di un argentino si può etichettare come la più classica maradonata. Da parte sua, il pontefice precisò subito di aver pregato per lui.
Durante le cerimonie solenni in Piazza San Pietro, i giornalisti trovano talora posto nella balconata che corona il colonnato del Bernini. Da quell’insolita postazione, quasi sbirciando tra una statua e l’altra in mezzo alla più classica torrida “ottobrata” romana, assistetti all’ovazione che accompagnò la partecipazione del papa emerito in occasione della beatificazione di papa Paolo VI. Entrato a sua volta in scena, Bergoglio gli si fece incontro abbracciandolo affettuosamente. Esempio tipico del modo in cui Francesco volle connotare quel virtualmente inedito rapporto con il predecessore, che nessuno sapeva come gestire nemmeno quando Ratzinger morì, visto che il cerimoniale vaticano non poteva certo prevedere quali onori tributare a un ex pontefice…
Lo scorso 2 aprile è caduto il ventesimo anniversario della morte di Giovanni Paolo II. Vista la ricordata vicenda di Ratzinger, giusto da due decenni il grande pubblico non assiste al combinato rituale tra esequie del pontefice ed elezione del successore. Sequenza di eventi in cui la chiesta sfodera il “sacro gladio ancipite” teorizzato da Traiano Boccalini: corpus religioso, ma anche Stato sovrano. Quest’ultima natura pesa apparentemente molto meno dal 1870 in poi, nonostante il ripristino del – minuscolo – Stato papale avvenuto nel 1929; ma sarà evidentissima nei prossimi giorni, quando alla liturgia cattolica si sommeranno gli onori a un capo di stato defunto anche da parte di chi col cattolicesimo non ha nulla a che vedere, in un singolarissimo mix di villaggio globale e riti antichissimi. In mezzo a Smartphone e Ipad, l’esito del Conclave sarà pur sempre scandito da fumata bianca e gaudium magnum.
Roberto Codebò