
Concita De Gregorio sarà protagonista il 7 ottobre al Teatro Colosseo di Torino con lo spettacolo In mezzo a un milione di rane e farfalle. Ne abbiamo parlato in questa intervista.
Concita, come è nata l’idea di portare questo testo a teatro?
I due testi precedenti sono anche diventati spettacoli teatrali. Un’ultima cosa è stato uno spettacolo che è stato in tournée nei teatri stabili per un paio d’anni e Lettere a una ragazza del futuro è tuttora in tournée. In mezzo a un milione di rane e farfalle è un terzo testo che è stato pensato per essere detto in pubblico ed è nato dalla collaborazione con Beatrice Alemagna, che è una delle più importanti illustratrici: il New York Times l’ha definita la migliore illustratrice dell’anno per bambini, per ragazzi. E con Beatrice abbiamo fatto dei disegni che sono diventati animazioni, quindi il fondale avrà le animazioni di Beatrice.
Sul palco non sarai da sola…
Sul palco insieme a me ci sarà Erica Mou: un’artista, cantante, autrice di musiche e testi che ha scritto per questo spettacolo delle canzoni originali: però in questo caso specifico ripercorre con delle cover tutta una serie di grandi classici del Novecento in diverse lingue, perché il tema dello spettacolo è appunto il desiderio, la memoria e l’assenza, il desiderio che nasce dall’assenza.
Essendo una giornalista, che cosa hai trovato nella narrazione del teatro? Che cosa ti dà in più per il tipo di racconto che vuoi proporre al pubblico?
Io nasco come musicista, mi sono diplomata in conservatorio e poi ho studiato teatro: ho fatto teatro quando ero giovane, poi per motivi di lavoro ho cominciato a scrivere per i giornali per mantenermi mentre facevo teatro e musica, e poi l’attività di giornalismo a un certo punto ha preso il sopravvento. La vita è andata avanti, sono nati i figli, quindi il lavoro principale è diventato quello. Però io ripeto sempre che noi non siamo quello che facciamo, facciamo delle cose che diventano la nostra identità principale, ma in realtà siamo molte altre cose e in questo caso finalmente è arrivato il momento in cui ho il tempo e la disponibilità per dedicarmi a quello a cui avrei voluto sempre dedicarmi e per cui avevo studiato in origine.
Il teatro è un’altra forma di relazione…
Si, venendo dalla musica, venendo dal pianoforte, dalla musica orchestrale, la scrittura è musica, è un’altra forma di scrittura musicale e dunque si tratta solo di articolarla a seconda del mezzo che usi: la parola in radio è musica pura, è musica in purezza, poi ogni voce è uno strumento diverso, non esiste una voce uguale all’altra, dunque la parola in radio è proprio musica in purezza. La parola detta in pubblico in un teatro o in un auditorio o in una piazza genera una relazione che è una relazione molto calda, perché è vibrante da corpo a corpo. La parola scritta ha un valore diverso, dipende da qual è il suo valore: la parola scritta per un giornale dura un giorno, quella scritta per un libro in potenza dura per sempre e quindi la voce e la sonorità cambiano a seconda del destinatario e della relazione che intendi stabilire con una, con due, con molte, con milioni di persone.

Il tema principale di questo spettacolo è l’assenza. Com’è possibile convivere con l’assenza? Com’è possibile assegnare un posto alle persone che non ci sono più?
Noi viviamo in un tempo in cui siamo chiamati ad essere sempre performanti, ad essere sempre attivi, forti, ben addestrati e anche a superare l’avversità: ad essere sani e possibilmente belli. Quindi tutta l’attività social, tutta l’esibizione di sé attraverso Instagram, TikTok, Facebook, YouTube, ci chiama ad una prestazione continua in cui noi diamo la rappresentazione di noi stessi che concorre a costruire una reputazione. La reputazione è chi vogliamo sembrare, chi siamo noi secondo gli altri, chi vogliamo che gli altri pensino che siamo, ma molto di rado questo coincide con la nostra identità. Le nostre vite non somigliano al nostro Instagram: non viviamo sempre sorridenti, in luoghi bellissimi con un calice in mano al tramonto, con la scia di un motoscafo o appunto in paesaggi lussureggianti e meravigliosi.
La vita è molto più difficile…
Viviamo delle vite molto più faticose di così e anche molto più dolorose. A me piacerebbe demolire questo obbligo di prestazione, di essere sempre all’altezza delle aspettative degli altri, ma anche delle nostre stesse aspettative e quindi ritornare nella vita reale. Ritornare nella vita reale significa convivere con quello che manca e quello che manca non è solo qualcuno che non c’è: un amore che se n’è andato, una persona scomparsa, un panorama che vedevamo dalla finestra e che non vediamo più, una passione politica, una passione sociale che si è estinta.
E quindi cosa possiamo fare?
Bisogna trovare le ragioni per alzarsi dal letto ogni mattina e quindi a parte il dovere e il dovere essere, io mi alzo e trovo qualcosa che mi accende: quello che ci accende è sempre quello che manca. Se noi usciamo per andare a fare la spesa e per comprare il latte è perché il latte manca, se ci fosse non usciremmo. Le persone che scendono in strada a pretendere giustizia per qualcosa o per qualcuno perché manca, quindi è quello che manca che ci proietta nel futuro, che ci accende un desiderio.
L’assenza, quindi, ci accende la vita…
Il desiderio nasce sempre dall’assenza e quindi vivere con quello che manca in realtà è una grande, importante palestra di prospettiva verso il domani: trovare le ragioni per alzarsi dal letto ogni mattina, per muovere ancora un passo, per essere ancora lì, per non demordere.

Tu pensi che la convivenza con l’assenza in questo sia un problema maggiore soprattutto per le nuove generazioni, per i più giovani?
Io penso che siamo stati abituati, educati dalle famiglie ma soprattutto dalla società a non esibire quello che è una fragilità. Siamo abituati a nascondere le nostre debolezze, le nostre malinconie, i nostri bisogni e quindi le nuove generazioni hanno moltissimo bisogno di riprendere contatto col fatto che siano smarriti, che siamo fragili, che siamo a volte disorientati, perché semplicemente non lo mostriamo. Poi le generazioni più giovani sono nate in un tempo davvero competitivo e feroce, quindi trovare un posto può essere frustrante fino al punto di rinchiudersi, isolarsi e dunque la solitudine, l’ansia, la depressione, l’autolesionismo, disturbi psichici, disturbi dell’alimentazione è tutto il portato di un mondo fuori che non ti da l’opportunità, che non ti dà posto, che non ti indica una strada possibile per te.
Infine, perché inviti il pubblico a seguire questo spettacolo?
Beh, perché è uno spettacolo molto lieve, anche a tratti ironico, divertente, non ha la pesantezza di un monito. E’ come un carillon che si mette in moto e gira. Dura un’ora appena, è un meccanismo musicale dentro ci sono una serie di piccole immagini, di considerazioni, piccole poesie in un linguaggio fanciullesco che ci riportano al nostro vero e più autentico essere e quindi ci rimettono in contatto con noi stessi. Come ho visto in queste settimane, mesi di tournée ne usciamo sempre consolati e desiderosi di affrontare la vita in un modo diverso, in un modo migliore.