
Un progetto che mette al centro una rete per difendere le donne dalla violenza: questo è il progetto AHIMSA, nato dalla cooperativa Un Sogno per Tutti: ce lo racconta Angela Giudice, una delle operatrici, in questa intervista.
Angela, il progetto AHIMSA è un progetto molto interessante che ha sede proprio a Torino su un tema importante, quello della violenza sulle donne. Innanzitutto, com’è nato questo progetto?
Questo progetto è nato da un’esigenza concreta che arriva dalla nostra esperienza e dal nostro lavoro sul territorio. Nei nostri servizi ci occupiamo di minori e di famiglie in fragilità, e incontravamo sempre più situazioni che richiedevano un’attenzione particolare dal punto di vista della violenza di genere. Noi siamo una sorta di ‘traghetto’ dalle situazioni di cui veniamo a conoscenza verso gli enti preposti a prendere in carico queste situazioni.”
Quindi una sorta di rete, possiamo chiamarla così: le persone che hanno in famiglia, o tra conoscenti e amici, chi subisce episodi di violenza, o che sono a conoscenza di tali episodi, vengono da voi per chiedere aiuto?
Vengono per chiedere aiuto in un modo diverso rispetto all’accesso diretto, perché spesso c’è una forma di resistenza. È un progetto particolare perché, proprio grazie al lavoro di rete, parte dal basso, da chi vive concretamente e quotidianamente il territorio e può entrarvi in contatto.
Come ente, concretamente, cosa avete fatto?
Come ente abbiamo coinvolto tutti i ‘punti sensibili‘: associazioni e realtà che sul territorio vengono a contatto con le persone che lo vivono. Ci siamo rivolti ai commercianti e alle associazioni a cui le famiglie portano i bambini e con cui hanno contatti. Abbiamo coinvolto medici di base, pediatri e forze dell’ordine, promuovendo quella che chiamiamo sensibilizzazione dal basso. Le persone che in qualche modo intercettano situazioni a rischio suggeriscono di prendere contatto con noi. Da noi è presente una psicologa che segue e prende in carico direttamente, attraverso un colloquio, chi ci contatta, indirizzando poi le persone nel posto e nel modo giusto.”
Quanto questo fenomeno sconta ancora un’arretratezza, soprattutto da parte di chi lo esercita, o una mancanza di consapevolezza in chi lo subisce?
Il punto è proprio quello: c’è ancora moltissimo da fare, è come un granello nel deserto o una goccia nel mare. C’è ancora molto da fare, sicuramente a livello di sensibilizzazione, poiché il coinvolgimento della cittadinanza non è mai abbastanza. Abbiamo cercato di agganciare anche le scuole e di fare formazione agli insegnanti, rendendoci conto di quanto questo fenomeno sia vasto. Non ha limiti di età, né giovanile né tra le persone più in là con gli anni, e non ha alcun tipo di confine sociale: è diffuso ovunque e riguarda davvero tutti.
Dalle risposte che avete ricevuto dalle vittime, emerge consapevolezza del fenomeno o a volte si arriva troppo tardi o in condizioni non idonee per comprenderlo?
È fondamentale la sensibilizzazione e l’aggancio immediato, perché quando si affronta una situazione simile ci si sente soli e non è facile contattare immediatamente le persone giuste. Le ‘antenne‘ che abbiamo formato sul territorio sono quel ponte e quella vicinanza che possono aiutare a farsi coraggio. Oltre alla consapevolezza, il limite grosso è il passo successivo: cosa fare. Se si trova qualcuno che indirizza e accoglie senza essere invadente — perché l’invadenza può portare alla reazione contraria — allora si ha una possibilità in più. AHIMSA significa ‘Dall’Ombra alla Luce’ ed è questo il senso del progetto: far emergere le situazioni affinché si approdi verso luoghi che possano essere davvero utili e di aiuto.