Quel sogno di Icaro in scala ma non troppo

Home Spettacolo Quel sogno di Icaro in scala ma non troppo

Logo-non-si-trattien-lo-strale-236x300 Quel sogno di Icaro in scala ma non troppoTra i mille, mille e mille umani hobby, pochi sanno sfidare le umane capacità al pari dell’aeromodellismo. Nel quale da sempre convergono il consueto cimento del modellista nell’emulare le caratteristiche estetiche dell’originale; la necessità di possedere le tutt’altro che semplici nozioni di teoria del volo e di adattarle alla situazione tipica del modello in scala; le difficoltà di radiocomandare un oggetto volante, possibilmente evitando di mandare in mille pezzi mesi  e mesi di denaro e di fatica.

L’emulazione della realtà – naturalmente – è l’aspetto meno complicato. Perché – come ogni modellista di tutti i campi sa – la realizzazione di un modello spesso si concede alla fantasia dell’artista: dunque, molti modelli di aereo non corrispondono affatto a esemplari realmente esistiti. E meno male: perché – come stiamo per vedere –  le variazioni sul tema della storia dell’aviazione sono spesso un compromesso indispensabile affinché il sogno di Icaro possa avverarsi anche in versione radiocomandata…

Un sogno di Icaro che infatti è sì in scala, ma… non del tutto. Perché le leggi della fisica che governano la teoria del volo sono troppo complesse per poter essere divise in blocco per sei, o per dodici, o per quarantotto, come si farebbe per un macchinina, per un trenino o – con qualche difficoltà in più – per una barca. La divisione per il fattore scala ha infatti un impatto diverso secondo che sia applicata a una misura lineare (come le dimensioni della fusoliera),  quadratica (come la superficie alare) o cubica (come il volume dell’aereo, da cui dipende il peso). Senza parlare delle caratteristiche del motore: il quale, specialmente se a scoppio, si deve adattare a dimensioni e dettagli che – più che di un meccanico – sembrano a volte patrimonio di un orologiaio. Risultato: le proporzioni tra peso, superficie alare e potenza sono completamente stravolte, e il volo di un aeromodello spesso sta a quello di un vero aereo come il ronzio del colibrì sta alla planata dell’aquila reale…

A questo punto, subentrano bravura ed attitudini degli aeromodellisti (che nel frattempo, nella nostra descrizione hanno impugnato il radiocomando e hanno vestito i panni del pilota). Alcuni di essi si fanno forza delle peculiarità del modello, e lo fanno volare a suon di scatti, colpi d’ala  e figure che al vero mai sarebbero possibili; in altre parole, si atteggiano ad aeromodellisti freestyle. Altri, invece, perseguono con illuminata ostinazione la perfetta imitazione della realtà, riuscendo a realizzare modelli – tipicamente un po’ più grossi degli altri – i cui movimenti in aria sono misurati e compassati tanto quanto quelli dei velivoli in scala uno a uno. Con risultato che, quando si trovano in volo a qualche decina di metri di quota, questi modelli possono davvero essere scambiati per degli aerei veri.

Stili e scuole di pensiero diversi e disparati, ma accomunati dalla generale spaventosa difficoltà di pilotaggio. Perché l’aeromodellista impugna un radiocomando che ha molti più canali – alias, in pratica, molti più comandi – rispetto a quello di qualsiasi altro prodotto del modellismo; e deve conciliarne il perfetto uso con uno spasmodico sforzo visivo, indispensabile a scrutare un velivolo che spesso durante il volo somiglia a una macchiolina scura che si agiti in cielo (anche perché, le mani ingombre per l’appunto dal radiocomando, è impossibile l’uso di qualsiasi tipo di binocolo). Col risultato che tante volte più degli occhi fanno la mano, l’istinto ed il cuore: il quale sempre batte forte forte, a pregare che il sogno di Icaro in scala ridotta non si trasformi in un piccolo incubo…

Roberto Codebò