Tagli ed accorpamenti degli enti locali entrano nella loro fase calda, e nella fase calda entrano anche le reazioni dei diretti interessati. Che, come previsto, si mostrano assai poco inclini ad agevolare la severa linea imposta dal governo. Considerando che il tutto avviene in un momento in cui viene seriamente messa in discussione anche la credibilità delle Regioni, il ripensamento sulle autonomie locali appare quantomai di ampio respiro.
Storicamente, la tradizione centralista dello stato italiano trae origine innazitutto dall’adozione del modello dei dipartimenti e dei prefetti durante l’occupazione francese del periodo napoleonico. Successivamente, essa fu fatta propria dal governo sabaudo negli anni seguenti l’unità d’Italia, nell’ovvio tentativo di destrutturare le istanze locali figlie delle tradizioni degli stati preunitari. Da ciò derivò una visione naturalmente negativa di tale modello autoritario e accentratore; visione che non poté che trovare alimento nell’esperienza fascista, e della quale si avviò l’erosione attraverso la previsione del “più ampio decentramento amministrativo” contenuta nella Costituzione repubblicana. La quale previde senz’altro l’istituzione delle Regioni come corpi politici autonomi, attuata poi – con un quarto di secolo di ritardo – soltanto nel 1970.
Simile tendenza al decentramento, per le esposte ragioni, non poteva che essere salutata festosamente. Senonché, nessuno si volle accorgere che tale moltiplicazione degli enti locali preludeva inevitabilmente a una moltiplicazione dei difetti della politica. Intenti a gridare “Roma Ladrona”, i cittadini non si accorsero che altrettanto ladroni stavano diventando i capoluoghi lontani dalla capitale. I quali, oltretutto, si vedevano piacevolmenti costretti a fungere da clientelari aree di parcheggio per i delfini dei politici romani, che in periferia istituivano o facevano istituire poltrone ed enti ad uso e consumo dei loro accoliti di turno.
In tal senso, del resto, va l’anomalo moltiplicarsi delle province. Spuntate autenticamente come funghi negli ultimi venticinque anni: da Rimini a Monza a Fermo a Andria, fino all’utentico scandalo del raddopppiamento secco – da quattro a otto – delle province sarde. Mosse e decisioni che, come illustrato, hanno ben poco a che vedere con decentramento e riconoscimento delle autonomie locali.
Venendo alla nostra Regione, nel Piemonte del 1970 le province erano sei: le inoppugnabili Torino, Cuneo, Alessandria e Novara, e le meno inoppugnabili – e più recenti – Asti e Vercelli. Nel 1993, vennero istituite il Verbano-Cusio-Ossola e Biella, che accoglievano storiche istanze di smembramento da Novara e dalla stessa Vercelli. Non senza qualche difficoltà e qualche paradosso: come il residuo “sbocco al lago” (Maggiore) della provincia di Novara, e il fatto che la Valsesia si opponesse a entrare a far parte della provincia di Biella, conferendo così alla provincia di Vercelli un andamento geografico che ricorda quello di certi stati africani tracciati troppo sulla carta (il corridoio che collega la valsesia al resto della provincia di Vercelli è così stretto che, su qualche carta poco precisa, la valle appare addirittura come una provincia a sé stante).
Negli scorsi mesi, lo spietato criterio del numero di minimo di abitanti ha salvato il Verbano-Cusio-Ossola (che del resto, se guardate come è fatto il Piemonte, ha indubbiamente un suo perché geografico cui si unisce una pregnante identità culturare locale). Tutto diverso per Biella nonché per la più anziana Asti, che paiono impietosamente destinate a tornare tra le braccia delle odiate Vercelli ed Alessandria. Una spietatezza contro cui ora si schiera la prevedibile ribellione dei politici locali. Alla luce della storia, indubbiamente gli unici che abbiano da rimettervi qualcosa.
Roberto Codebò