Strana battaglia sulle perizie, tra le note personali di un “processo di famiglia”

Home Rubriche Strana battaglia sulle perizie, tra le note personali di un “processo di famiglia”

Logo-Fuori-Udienza-300x131 Strana battaglia sulle perizie, tra le note personali di un "processo di famiglia"Omicidio tentato e non consumato, competenza del Tribunale. I protagonisti del processo per i quattro colpi di pistola ad Alberto Musy si ritrovano dunque non nelle maxiaule di Corte d’Assise, bensì nella più piccola aula 46. Sufficiente del resto a contenere tutti, nonostante il grande numero di giornalisti e fotografi che premono dal fondo; perché non si tratta certamente di un maxiprocesso, bensì – si potrebbe dire – di un “processo in famiglia”: parti civili sono la sorella, la moglie, la madre, le figlie; più naturalmente Musy stesso, che però, interdetto, è rappresentato in giudizio dalla moglie stessa. Fuori della  famiglia, soltanto il Comune (l’Università del Piemonte Orientale, alla fine, non si è costituita).

Presente in aula, naturalmente, anche l’imputato. Detenuto, e dunque  inizialmente in gabbia in gabbia (anche se gabbie, da decenni, non sono più),  fin quando il presidente del collegio non lo fa subito accomodare accanto ai difensori; distinto e composto, come si addice a un candidato consigliere comunale, sussurra poco prima dell’inizio di sentirsi a posto con la coscienza. Una presentazione che fa singolare contrasto con quanto il PM Furlan afferma giusto in apertura di dibattimento; perché Furlan ipotizza immediatamente una perizia psichiatrica a carico dell’imputato, il quale risulterebbe affetto da “narcisismo e conseguente reattività anomala”. Parti civili si associano, e la difesa invece si oppone; autentico gioco alla rovescia dunque, con la difesa che non vuole mettere in discussione l’integrità psichica dell’imputato. Sulla questione, il collegio si riserva.

Varie uscite e rientri del collegio, che spezzettano il dibattimento in maniera non sempre chiara. Fino a quando la carrellata dei ben ottantotto testimoni è inaugurata nientemeno che dalla signora Musy: Angelica Corporandi, madre di quattro bambine (la più grande ormai ragazza), tutore del marito sottoposto a interdizione legale, sale sul banco dei testimoni in giacca scura e pantaloni, pronta a ricostruire piccoli fatti di quotidiana logistica familiare. Da chi portava le bambine a scuola, da chi andava a comprare il giornale. La signora Angelica risponde garbata e composta; un solo mesto sorriso che è quasi pianto, quando ricorda che lei e il marito spesso non si ricordavano dove fosse parcheggiata la macchina. Dettagli che preludono alle domande che farà poi l’avv. Giampaolo Zancan, rispondendo alle quali Angelica racconterà di aver cercato e trovato, in suo marito, “uno sguardo sul mondo”.

Una quotidianità familiare che il PM finalizza a ricostruire possibili pedinamenti nei giorni precedenti l’agguato. Fino a quando si passa alle questioni più istituzionali e politiche: l’università; il circolo del whist; la campagna elettorale. Un’amplissima manovra a cerchi concentrici da parte del dott. Furlan, per incorniciare il giorno dell’attentato nel maggior numero possibile di presupposti storici e logici, compresa l’eventuale conoscenza dell’imputato da parte della moglie (“Un nome tra tanti altri nella lista elettorale”, afferma la signora Angelica).

Di lì, si viene rapidamente al giorno fatale. I colpi di pistola uditi dalla finestra e scambiati dalla moglie per scoppiettii della marmitta del motorino usato dall’attentatore; le urla rivelatrici della baby sitter, “E’ l’avvocato, è l’avvocato!!”; gli ultimi dialoghi con il marito, che rimase cosciente (e addirittura in piedi) mentre Angelica gli tamponava le ferite alla testa. Fino al piccolo giallo di un medico che, mente Musy perdeva definitivamente conoscenza, si presentava all’ospedale definendosi medico curante senza essere affatto noto alla famiglia. Il primo dei tantissimi misteri di questa storia, come sempre quando il sangue intride le trame della politica. Con altri ottantasette testimoni da sentire, siamo veramente soltanto all’inizio.

Roberto Codebò