Gaeta, 26 ottobre
In certi casi, l’aeroporto di Fiumicino sembra tutto fuorché l’aeroporto di Roma. Così vicino al mare e così lontano dalla capitale, pare ormai soccombente rispetto a Itali e Freccerosse quando si vuole approdare all’ombra del Colosseo, mentre è così maledettamente comodo quando si vuole approfittare delle bellezze del litorale romano. Che è proprio il nostro caso di stavolta: diretti a Napoli per vicende calcistiche di cui leggete in altra parte del giornale, scegliamo di atterrare per l’appunto a Fiumicino per esplorare la costa a cavallo tra Lazio e Campania. Ricca di natura mitologia e storia, che si può davvero dire spazi dal molto antico al notevolmente moderno…
Anzio, ovvero: Omaha Beach all’italiana. Perché qui gli Alleati sbarcarono prima ancora che in Normandia: gennaio 1944 piuttosto che giugno. E molto di quel che poi si vide in Francia venne provato prima qui, dove gli americani lasciarono in eredità cioccolato e baseball. Il piccolo museo dedicato allo sbarco convive nella medesima – bellissima – villa con quello archeologico. Giusto perché Anzio è la città di Nerone: il primo di una fila di personaggi storici e mitologici le cui memorie e leggende punteggiano la costa senza soluzione di continuità. Per il momento, sul fronte della storia più recente la leggenda più pesante – in tutti i sensi – è quella di Leopold, il supercannone tedesco montato su carro ferroviario che, sparando dai colli Albani, seminava il panico tra gli alleati e abitanti di Anzio. Ce ne racconta diffusamente il patron del museo, che ha una gran voglia di chiacchierare e di risollevare le depresse sorti turistiche di un territorio dalle grandi potenzialità che troppo spesso soccombe di fronte al fascino dei sette colli…
Le paludi pontine furono bonificate dai fascisti durante gli anni Trenta. Una delle opere più celebrate del regime, che vi fondò città tutte denominate con l’inconfondibile clichet mussoliniano: Littoria, Pontinia, Sabaudia (insomma lo stesso di Cervinia, Verbania, Carbonia, Marconia e compagnia bella). Poi Littoria dovette essere convertito in Latina, ma la sostanza resta sempre la stessa: l’insediamento umano inventato di sana pianta ottant’anni fa, e dunque tendenzialmente freddo e distaccato. l’acqua spostata dalle paludi pare raccolta nei e lunghi e stretti laghi litoranei, che spesso costringono la strada costiera su una striscia stretta stretta, fiancheggiata da pini marittimi che spesso si congiungono formando splendidi tunnel verdi verdi. Tra un lago e l’altro, i fiumi sono stretti e danno vita a graziosi canali con estuario, invariabilmente utilizzati come porticcioli turistici. Del resto, da queste parti l’estate la fa ancora da padrona…
Giungendo da nord, la silhouette del Circeo si para davanti al viaggiatore come una grossa massa catapultata nel mezzo di una pianura che sembrava infinita. La drittissima strada litoranea è costretta a fargli il giro intorno, e su di esso si inerpicano i sentieri che portano verso le grotte. Mistero e leggenda sulle gesta d’una celeberrima maga: che si contornano e si attorcigliano attorno a quelle di Augusto, di Enea, di Cicerone. Nomi illustri che vanno per la maggiore non solo sull fronte ufficiale, ma anche nei nomi di negozi e ristoranti, segno di una cultura popolare – è il caso di dirlo – plurimillenaria. Del resto, alla periferia di un paesino qualsiasi di altri territori non sarebbe facile trovare – una dietro l’altra – via delle sirene, via delle muse e via delle ninfee (la seconda “e” è chiaramente scappata al compilatore, il quale non intendeva certo riferirsi ai fiori, ma piuttosto a Dafne e colleghe….).
Gaeta, piccola grande fortezza del mar Tirreno. Prima pontificia, poi dal 1734 napoletana. Ultimo baluardo dei Borbone nel 1861 contro i piemontesi, i quali dovettero darci e ridarci a colpi di cannone contro Francesco II e la bella Nené (sorella di Sissi), alla faccia di quella storiografia che dipingeva l’unità d’Italia come un miracolo placido e manifesto… Oggi Gaeta appartiene al Lazio, aggregata nel 1927 alla neonata provincia della neonata città – come visto – di Littoria. Ma la parlata e la gente trasudano partenopeità, la quale del resto filtra e s’insuffla ben al di là del Circeo (ce ne siamo accorti addirittura ad Anzio). La città sta sull’istmo piatto che sporge dalla costa, e al di là del quale si erge la montagna spaccata; su di essa, il sole fino splendente comincia a imbrunire il cielo. Tramontate sirene, coricatevi muse, e voi maghe imperversate: ci risveglieremo domattina alla corte della dea Partenope.
Roberto Codebò
(1 – continua)
