
E’ trascorso un anno dalla scomparsa di Alberto Musy, che si spense la mattina del 22 ottobre 2013 diciannove mesi dopo i colpi sparatigli di fronte alla sua abitazione. Nel nostro ricordo, la pena di una lunga agonia che la famiglia ha voluto vivere con sommessa discrezione; l’affettuoso dolore di Torino al funerale; i misteri e i colpi di scena di un processo dai mille volti, che con le sue coincidenze ha segnato i passi chiave della vicenda.
Costigliole d’Asti, 21 ottobre
Il primo anniversario di una scomparsa è sempre qualcosa di tristemente unico nel suo genere, anche quando la vicenda di una morte sia stata trascinata nel tempo, quasi soffusa nell’esasperante lentezza di diciannove mesi di inesorabile agonia. Ma sorella Morte sempre sa essere sovrana: anche quando causa ed effetto si dilatano così tanto nel tempo, l’anniversario di una morte ormai purtroppo scontata finisce per sopravanzare l’aaniversario di un gesto folle, idiota e clamoroso. Specialmente quando le contemporanee vicende processuali ritmano gli eventi in un misto di regulae iuris e bizzarre casualità.
La mattina del 22 ottobre 2013 – al pari di molti colleghi – stavo per uscire di casa per recarmi al processo per il tentato omicidio dell’avv. prof. Alberto Maria Musy. Uno strano input del destino mi indusse a fare una cosa che di mattina non faccio mai: accendere il televisore. Improvvisamente, la voce graffiante di Beppe Gandolfo: il tentato omicidio si era appena trasformato in omicidio consumato.
Giunta proprio nella mattinata in cui era prevista udienza, la notizia della morte di Musy finì per trasfondersi nella burocrazia processuale. Toccò all’avvocato Zancan “dare atto dell’intervenuto decesso della persona offesa” (le virgolette marcano non le parole testuali, ma il gergo). Fine della competenza del Tribunale, il cui ultimo atto fu di ordinare un’autopsia che sancisse l’ovvio: il fatto che la morte fosse figlia dei colpi esplosi quel 21 marzo 2012. Si sciolse il rigoroso riserbo della stampa tutta, e la gente venne a sapere che quel cadavere ormai esanime ma sempre degno si trovava da mesi molto più vicino a Torino di quanto non si credesse. Qualche giorno dopo, alla Consolata, applausi e le note sublimi del Sunshine Gospel Choir salutarono – scrivemmo – “una giovane esistenza che è lentamente appassita rimanendo appesa all’albero della vita, e che poi, giunto il momento, se n’è distaccata esattamente come una foglia, che quando cade dall’albero non fa il minimo rumore”.
Scriviamo da Costigliole d’Asti. Nel cimitero, in una sommessa tomba di famiglia in mattoni rossi, niente più nastri e corone (né, visto il discreto garbo della famiglia, crediamo vhe ne arriveranno domani). Solo due grossi mazzi di fiori molto colorati, vive pennellate in mezzo a tombe a lungo appassite, un istante prima del palingenetico rito dei Santi e dei defunti. Come un anno fa, la pietà dei luoghi ci riordina i pensieri di un processo che ha languito a lungo, e che proprio un istante prima dell’anniversario ha conosciuto un scivoloso colpo di scena: parole forti di un teste chiave da distillare tra logorrea e mitomania.
Ancora una volta, il processo ritma gli eventi a suon di strane coincidenze. Che anche la verità, ora, inizi a marciare di buon passo.
Roberto Codebò