Logo-Fuori-Udienza-300x131  Bertrand Russel, Karl Popper, ma anche Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, piuttosto che Totò e Peppino. Il dott. Furlan, citando grandi filosofi ma anche utilizzando battute leggere, muove da premesse molto ampie per convergere poi – nel quadro di un discorso durato quasi quattro ore – verso conclusioni molto concrete. Sostiene di avere le prove, ma si comporta inizialmente come se non ce le avesse: “Mettiamo in un’urna i nomi di tutti coloro che potrebbero aver commesso il fatto…”, e poi via ad ampie considerazioni di carattere probabilistico.

Dalle scienze statistiche al positivismo crminologico. “Violento, intelligente, sgangherato”; tre note del carattere che raramente viaggiano a braccetto, e che – secondo Furlan – rappresentano in tutto e per tutto la personalità di Furchì come emerso in questo lungo dibattimento; personalità puntualmente rispecchiata dalle modalità di attuazione del delitto. Pianificato con elevetica precisione, ma attuato in maniera quasi clownesca. Colpi sparati male, un travestimento che si sarebbe notato a dieci chilometri di distanza, e così via…

Ma tutto ciò – ammette lo stesso PM – non basta a colmare i dubbi dei giudici. Perché il casco non è mai stato ritrovato? Perché Furchì non ha mai confessato? Perché il movente se c’era – è stato lì fermo per tanto tempo…? Il dott. Furlan risponde in anticipo a queste domande, prima ancora che la difesa prenda la parola (il che avverrà tra due udienze). Tra tutte le spiegazioni, svetta quella relativa alla mancata confessione: opzione che secondo il PM sarebbe mirata a recitare, dopo la condanna, la parte del “perseguitato di giustizia”: scrivere libri in carcere e professare a vita la propria innocenza.

Francesco Furchì ascolta con un’attenzione diversa dal solito. Spesso il suo sguardo incrocia quello del PM, fin quando l’imputato chiede il permesso di allontanarsi. L’udienza è circa a metà, la parte più pregnante dell’arringa accusatoria deve ancora venire. In un processo straordinariamente delicato e complesso, vogliamo avvalerci della moviola: chiedendo scusa ai lettori fermiamo le immagini; rileggeremo il tutto dopo le parole della difesa.

Roberto Codebò