Africa Australe: la savana in mezzo al nulla, sempre in cerca di un re

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Campo tendato presso Khwai (Moremi Game Reserve), Botswana, 26 giugno

I voli intercontinentali senza jetlag sono esperienza tutto sommato rara, per un europeo che non abbia l’Africa come destinazione ricorrente. Notte a bordo e operativi a Johannesburg, dopo persin qualche ora di sonno. Ideale insomma per proseguire una fase aeronautica piuttosto lunga (c’era già stato il volo Torino-Roma), con il volo da Johannesburg a Maun. Via Gaborone (capitale del Botswana)? Non si sa. Il monitor del checkin è alquanto vago; altrettanto vaghi sono sul monitor partenze (quello grosso) gli intrecci con un altro volo per la stessa destinazione. Alla fine si parte con mezz’ora di ritardo, ancora senza sapere se la sosta intermedia vi sarà. Il segreto è svelato con solo pochi minuti di preavviso: la sosta a Gaborone avrà luogo, ma non ci dicono se di lì si ripartirà con lo stesso aereo, o con un altro… Sosta con dogana e reimbarco bagagli, tanto per aggiungere qualche paletto a uno slalom tra gli aerei che prosegue a Maun (dopo aver ripreso – per la cronaca, lo stesso aereo…) con un elegante otto posti da turismo, direttamente sopra il delta dell’Okavango.

L’inverno dell’Africa Australe regala giornate miti, ma anche notti fredde in camere senza riscaldamento e ristoranti completamente aperti. Consumiamo così una cena stanca e intirizzita (ma gustosa), l’umidità del fiume adiacente che ci pugnala alla schiena. La stanchezza accumulata durante il sudescritto tour de force aeronautico è però tale da garantire un sonno granitico nonostante la temperatura, e comunque con l’aiuto di lenzuola molto calde che fanno da singolare contrasto alla solita zanzariera che chiude il letto su ogni lato (compreso quello superiore), in una tipica stanza con bagno diviso dal resto solo da mezzi muretti con pietre a spigolo vivo.

Il mattino seguente, dopo una colazione in luogo e temperatura analoghi alla cena, ci attende un maestoso fuoristrada Toyota Land Cruiser modificato a camionetta, con snorkel e gancio di traino sfera+occhione. Abbondante per strade e ostacoli assai più ardui dei nostri, anche se l’asfalto ci abbandona una manciata di chilometri dopo Maun, mentre puntiamo verso nord in direzione Moremi Game Reserve. Di qui, i salti della parte centrale della carreggiata vengono schivati dal nostro possente autista William, che parla un buon inglese come tutti qui (pur se marchiato dall’inconfondibile timbro africano), e volentieri chiacchiera con me tra una spiegazione ufficiale e l’altra, tradotta al gruppo dalla nostra capa Lidia (che come sempre, da grande esperta di Africa, aggiunge molto e buono del proprio). Elefanti, giraffe e antilopi si alternano sui due lati della strada, che diviene pista dopo il pranzo al sacco consumato con un tronco per tavolino. Paesaggio e luce ravvivano memorie di film indimenticabili (tipo, per il vostro cronista-viaggiatore, “I quattro dell’Oca Selvaggia”), che divengono massime quando, accanto al villaggio di Khwai (non quella thailandese, anche se c’è pure il ponte), ci si para davanti una sperduta ma efficiente pista d’atterraggio. Il sole cala, e occhi e radio segnalano tracce del Re della Foresta, supremo target di curiosità e macchine fotografiche. Purtroppo, le tracce più sostanziali sono due poveri cuccioli di leone massacrati senza pietà proprio da quel loro simile adulto, nell’esercizio di una sovranità che talora assume i colori della spietata legge di natura. Altri colori, quelli del Sole, marcano il breve crepuscolo tropicale. Rotta sul campo tendato da cui scriviamo, per la prima di due notti lontano da tutto.

Roberto Codebò
(1-continua)