A Costigliole, da un uomo di classe che oggi ha pace eterna

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Costigliole d’Asti, primo novembre

Venti chilometri a sud di Asti, le colline del Monferrato rendono ormai tortuose le strade che si dipartono dritte dal capoluogo. Paesaggi di sagre e di vino, cui i colori dell’autunno conferiscono ancora maggior grazia. Il piccolo cimitero di Costigliole occupa il poggio adiacente a quello su cui si erge il centro del paesino. All’interno, stretti vialetti ortogonali dividono tombe di famiglia addossate una all’altra, slanciate in verticale. Non fosse per la pendenza, sembrerebbe una piccola Recoleta (il più celebre cimitero di Buenos Aires): i cognomi, del resto, sono in buona parte gli stessi…

La tomba delle famiglie Balbis, Pavia e Musy sorge un po’ discosta, e non ha altre tombe addossate a sé. Esile e slanciata, in mattone rosso con timpano in marmo, porticina dello stesso colore dei mattoni. Molte di quelle porte oggi sono aperte, questa è chiusa da un lucchetto. La tomba di Alberto Maria Musy ha trovato posto in alto a sinistra: niente titoli accademici, niente foto. Come sempre in chi è morto giovane, leggere la data di nascita sulla tomba ferisce come una lama; ancor più in questo caso: il suo quarantasettesimo compleanno sarebbe caduto giusto tra due sabati.

Nei giorni dei Santi e dei defunti, i cimiteri si trasformano in piccole grandi fiere di paese. Le chiacchiere della gente del posto si trasferiscono qua dal sagrato della parrocchia, mescolandosi con i ricordi di chi, dalla metropoli, torna al paese una volta all’anno o poco più. Poche parole sono dedicate all’illustre personaggio che da quattro giorni ha occupato quella tomba. Perché tutto anche qui si è svolto con grande discrezione: ai piedi della tomba di Musy, dietro la porticina chiusa, la pomposa corona di fiori della Città di Torino è spostata tutta da una parte; al centro, campeggia la corona della ONLUS in cui era ed è attiva la famiglia. E subito accanto, il bellissimo copribara in foglie d’autunno. Paradigma della stagione, ma anche di una giovane esistenza che è lentamente appassita rimanendo appesa all’albero della vita, e che poi, giunto il momento, se n’è distaccata esattamente come una foglia, che quando cade dall’albero non fa il minimo rumore…

La pace di sorella morte, sovrana anche oggi nonostante il chiacchiericcio da Ognissanti, aiuta a ricordare, a riflettere, a meditare queste righe. Un istantaneo e folle gesto che non solo non ha ancora un autore, ma neppure un motivo. Nei ricordi del cronista, il pianto di una figlia di tre anni si mescola con l’elencazione dei teatri di indagine portata al processo dal Dirigente capo della squadra omicidi. Quale di quei mille scenari può aver portato a quel pianto, e a quello di molte altre persone…? Memorie, pensieri e dolori lunghi diciannove mesi, nei quali Torino ha imparato a voler bene a Alberto Musy tanto quanto oggi ne sente la mancanza. Una morte immediata avrebbe inevitabilmente innescato il solito balletto di servi encomi e di codardi oltraggi di manzoniana memoria. Mentre quest’agonia così discreta e signorile, sussurrata da una straordinaria moglie che ne ha così ben retto il terribile peso, ha restituito una biografia di Alberto dolcemente condivisa da tutti, come il dolore di un funerale così sinceramente partecipato.

“Why do you cry? He has risen…”. Il canto del Sunshine Gospel Choir alle esequie di lunedì echeggia nella memoria del cronista sostituendosi al chiacchiericcio da Ognissanti. Che lentamente sfuma, mentre si avvicina l’ora di pranzo. Nel cimitero di Costigliole torna la pace che qualcuno ha chiamato eterna.

Roberto Codebò