Addio Alberto: quel coro di voci sommesse che non stecca mai

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L’arrivo dell’imponente sagoma di Pierferdinando Casini movimenta i media soltanto per un attimo. Perché non è questo il giorno dei clamori: e il composto dolore della gente, che è poi quello di una città, finisce per coinvolgere anche gli stessi cronisti. Che ricordano in maniera assai toccante i momenti lavorativi passati con o vicino ad Alberto Musy (tra di noi anche la sua ex addetta stampa), e dispensano lacrime non meno spesse di quelle degli altri astanti. C’è dunque tanta voglia di raccontare l’altrui dolore ed il proprio, e non quella di strillare notizie; come sarebbe la voce isolata di una donna di mezza età che, mentre il feretro entra in chiesa, invoca con parole dure l’ergastolo per l’assassino.

La basilica della Consolata non consente profondità alla scena delle cerimonie. In pianta tonda e inframmezzata da molteplici temi architettonici, stringe intorno all’altare le prime file tranciando la percezione della folla immensa. La famiglia sta nella navata sinistra, nella destra le istituzioni; ma lo spazio lì davanti non è molto, e tutto finisce per confondersi tra i pennacchi dei carabinieri in alta uniforme e i gonfaloni portati dalle istituzioni. Le parole di mons. Nosiglia sono medidate e precise: “Chi conosce la verità la racconti”, proclama il prelato nelle poche parole dedicate al giallo giudiziario su quel 21 marzo 2012. Ma il grosso dell’attenzione è dedicata alla famiglia, e soprattutto alle quattro figlie Isabella, Maria Luisa, Bianca e Eleonora, ognuna delle quali esprime il lutto con i mutevoli canoni delle rispettive età – dall’infanzia all’adolescenza – attirando su di sé l’abbraccio comune di tutti.

Il viso di donna Angelica Corporandi vedova Musy è l’icona di una città. Contratto nel dolore, composto nella fede. Risponde con un sorriso egualmente sincero a chiunque le porga le condoglianze, da Casini ai cittadini di passaggio. Vestita di scuro ma non di un lutto che opprima, è la regia conscia ed inconscia di una cerimonia sommessa e profonda, in cui la città trasuda il proprio dolore in un sussurro più forte di mille grida. Così ben rispecchiato dalla pianta della chiesa che – come visto – è aliena ad ogni mediatica amplificazione, e dalle note gospel del coro che cantò, nel 1997, al matrimonio di Alberto ed Angelica. “Perché piangi, egli è asceso e non è morto”, suonano le note di Kirk Franklin sciogliendo il dolore dell’assemblea in un pianto sincero e commosso.

La piazzetta antistante la basilica è a misura della basilica stessa. Sul rintocco delle campane, risuona l’applauso di chi è riuscito a sgusciar fuori prima del passaggio del feretro. L’espressione “sentite condoglianze” stavolta non è un clichet da telegramma, perché sono sentite per davvero. Qualcuno di quei giornalisti così partecipi interrompe il proprio lavoro e si accoda a dir la propria parola a una vedova straordinaria. Nel silenzio dei mille ricordi sussurrati Eleonora, l’ultima figlia di Alberto, non si trattiene più e scoppia a piangere. Mentre il feretro se ne va, l’ultimo applauso dei molti che avrebbero voluto scoppiare a piangere insieme a lei.

Roberto Codebò