Bentornato Mike, per l’ultima volta, nella tua Torino

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Logo-Fuori-Udienza-300x131 Bentornato Mike, per l'ultima volta, nella tua TorinoBentornato,  caro Mike, nella tua vecchia Torino, da dove le tue ceneri hanno  preso il volo per sempre. Affinché più nessuno possa profanare la  tua tomba, né in alcun altro modo oltraggiare il mito della tua  simpatica, ingenua e unica umanità mediatica che ha contribuito a  forgiare il concetto medesimo dell’italica tivù.

I fatti  che stiamo per raccontare non sono molto noti, ma la cremazione della  salma di Mike a Torino ha il sapore della chiusura di un ciclo. Nelle  sue vene scorreva infatti una metà di sangue piemontesissimo. La  madre, Enrica Carello, era figlia degli industriali fondatori  dell’omonima fabbrica (per intenderci, quella che produsse poi i  famosi fari antinebbia per automobili); la quale fabbrica, durante la  prima guerra mondiale, produceva armamenti con l’ausilio di  consulenti tecnici inviati dall’America, tra cui un certo Phil  Bongiorno. Il quale, sposata Enrica, se la portò a New York dove il  26 maggio 1924 nacque Michael Phil Salvatore.

Dopo il  crollo di Wall Street del 1929, Phil non fu più in grado di  mantenere moglie e figlio. E li rispedì proprio a Torino, dove  Michael iniziò la sua carriera di giornalista: sportivo, per la  precisione, nella veste di giovane esperto di cose juventine –  donde una passione bianconera poi mai abbandonata – e di portaborse  di Luigi Cavallero,  cronista della Stampa poi perito nella tragedia  di Superga insieme con il Grande Torino.

Negli  anni torinesi, il soprannome Mike non esisteva ancora. Michael Phil  Salvatore Bongiorno era per tutti Mickey, come Topolino in versione  originale. In anni in cui il regima fascista non promuoveva certo  l’uso delle lingue straniere, la sua conoscenza dell’inglese – allo  scoppio della guerra – gli fruttò il ruolo di interprete di  fiducia dei messaggi di Radio Londra, annunciati dal celebre rullo di  timpani. Ma era soltanto l’inizio: perché il giovane Mickey era  destinato a divenire staffetta traduttrice, essenziale ruolo di  collegamento tra le forze armate alleate e la resistenza italiana.

E il  Mickey torinese e partigiano, non fosse stato cittadino americano,  non sarebbe mai arrivato a far televisione. Catturato durante una  spedizione in Val d’Ossola, era già stato messo al muro per essere  fucilato. Solo all’ultimissimo istante, un soldato tedesco mostrò al  comandante del plotone d’esecuzione il passaporto a stelle e strisce  di quel ragazzo poco più che diciottenne, il che valse immediatamente a salvargli la vita (durante la guerra, i cittadini  americani erano spesso risparmiati dai tedeschi per essere utilizzati  negli scambi di prigionieri).

Con la  prigionia, finirono per sempre gli anni torinesi. Scambiato per  l’appunto con prigionieri tedeschi, ritornò nella natia America dove imparò l’arte della televisione. Tornato in Italia all’inizio degli  anni cinquanta per un ciclo di corrispondenze televisive, venne  convinto a fermarvisi per sempre da Vittorio Veltroni, padre di  Walter e dirigente Rai: solo in quel momento, proprio su suggerimento  di Veltroni senior, divenne per tutti Mike, allo scopo di offrirsi  alle nascenti platee televisive con un soprannome più semplice e breve.

Qui  comincia la storia del Mike che tutti conosciamo, che è poi la  storia stessa della televisione. Ma oggi era importante ricordare quel suo  abbondante decennio torinese: dimenticato ormai da tutti, tranne che  – per fortuna – dalla sua famiglia. Che ha voluto scegliere  Torino per difendere la salma e la memoria del re dei presentatori da  ulteriori vergognosi oltraggi.

Roberto Codebò