Bioetanolo: joint venture Italia-Usa

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Il gruppo italiano Mossi e Ghisolfi, multinazionale chimica di Tortona, e la statunitense Tpg hanno fondato una joint venture da 250 milioni di euro finalizzata alla commercializzazione di una nuova tecnologia che consente di produrre bioetanolo partendo da qualsiasi tipo di biomassa cellulosica. In base all’accordo il gruppo Mossi e Ghisolfi – che deterrà la quota di maggioranza – trasferirà alla nuova società l’impianto sperimentale di Tortona, nell’Alessandrino, e quello in fase di costruzione a Crescentino, nel Vercellese. Quest’ultima bioraffineria avrà una capacità produttiva di 40.000 tonnellate annue di bioetanolo. Basato su una tecnologia tutta made in Italy, l’impianto nasce da una ricerca sviluppata a Rivalta Scrivia, in provincia di Alessandria, da 120 ricercatori italiani, che in cinque anni hanno messo a punto un sistema per produrre un combustibile verde e meno caro della benzina. La principale novità è che, a differenza del bioetanolo di prima generazione, si potrà ottenere biocarburante da materie prime che non entrano nel ciclo alimentare. Infatti la cellulosa si potrà attingere da qualsiasi tipo di biomasse, anche quelle residuali, cioè gli scarti della produzione agricola. La materia prima può anche provenire da piante non commestibili coltivate allo scopo in terreni marginali, che per aridità o povertà a livello organico non sono adatti a colture agroalimentari. Tra queste piante c’è la “arundo donax”, la canna comune, che in base alle ricerche si è rivelata particolarmente indicata per la produzione di biocarburante. Da un ettaro di arundo donax si possono ricavare 10 tonnellate di bioetanolo, contro le 6 tonnellate mediamente estraibili da ogni ettaro coltivato a canna da zucchero.