Dal Dopoguerra in poi, storia di una sovrana delle pari opportunità


Un affettuoso “ben ritrovato” ai miei venticinque lettori. Dopo un po’ di problemi legati a pandemia e altro, mi ripresento con la mia più antica rubrica traendo occasione da un evento più storico e globale che mai…

Dopo un’attesa ai monitor e alle agenzie durata qualche ora, la notizia ufficiale della morte di Elisabetta II mi ha colto… in pizzeria. Solo pochi minuti per ordinare una porzione di patatine da asporto, proprio nel momento fatale. Seduti a un tavolo, due diciottenni colpiti e sconvolti – non meno del sottoscritto e di tantissime altre persone – dalla morte di una regina di novantasei anni… Il mio commento spontaneo: “Quando avevo diciotto anni io, sembrava già al potere da una vita…”. Da quel 1952 in cui erano passati solo sette anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale; in cui il Regno Unito credeva ancora di essere una superpotenza; in cui la BBC non aveva ancora iniziato a trasmettere in diretta (lo farà un anno dopo, giusto per la Sua incoronazione).

Uscito vincitrice dal conflitto, in quei primi anni Cinquanta il Regno Unito aveva le ossa molto più rotte di quanto spesso si creda. Lo sforzo economico profuso per la vittoria sulla Germania nazista si era innestato su un Paese molto meno compattamente schierato – sempre di quanto spesso si creda – in funzione antihitleriana. Al contrario, nel cuore di un impero coloniale chiaramente incardinato su principi razzisti, certe simpatie per il Führer avevano trovato espressione nientemeno che in re Edoardo VIII, zio della principessa Elisabetta. Sarà proprio l’abdicazione del sovrano – indotta da simili esternazioni filonaziste molto più che dalla sua cotta per Wallis Simpson – a spianare la strada del trono prima a suo fratello Giorgio VI poi, per l’appunto, alla stessa Elisabetta.

Dopo essere indirettamente succeduta al trono a uno zio detronizzato (anche) dall’innamoramento per una divorziata, la neoregina sarà sostanzialmente capofila di una sfilza di matrimoni falliti. Il bellissimo e squattrinatissimo Filippo di Mountbatten ammalierà la ancora principessa con il suo fascino, con il quale non mancherà però di ammaliare molte altre donne, anche per vendicarsi sotto sotto di un’emarginazione rispetto alla sovrana in gran parte voluta da Winston Churchill, viste anche le origini tedesche del principe consorte. C’è chi dice che Elisabetta abbia restituito pan per focaccia, e che il Principe Andrea – oggi declassato ma in pectore sempre suo figlio prediletto – non sia figlio di Filippo. Di certo, la volubilità coniugale è notoriamente ricetta sicura della Royal Family: tra Elisabetta, sua sorella Margaret e i figli della regina, quattro divorzi su sei matrimoni, più per l’appunto un principe Filippo troppo spesso assai poco consorte nei 99 anni della sua esistenza…

Nei primi dieci anni di regno, Elisabetta visitò praticamente tutti i Paesi soggetti alla Corona britannica. Quale miglior funerale per un impero che smise sostanzialmente di esistere proprio in quel medesimo periodo. Non che l’illustre visitatrice portasse iella… Il fatto è che le nuove logiche globali emerse nel corso della Seconda Guerra Mondiale prepensionarono Francia e Regno Unito dagli antichi ruoli imperiali, in virtù di un dominio esercitato con altri mezzi, ma non per questo meno pregnante, da Stati Uniti e Unione Sovietica. Non a caso Churchill, alla faccia della comunanza anglosassone, si era sovente trovato in minoranza rispetto a Roosevelt e Stalin; e non a caso, nel 1956, la crisi di Suez e l’indipendenza del Ghana – primo Paese africano ad ottenerla, primo di una lunga rapida serie – decreteranno il tramonto effettivo di un ruolo chiave nella politica globale che ormai da anni era fuggito da Londra in direzione Washington…

Di tutto ciò, Elisabetta non fu certo soltanto spettatrice o notaia. Si deve anzi a lei il fatto che la Corona britannica non sia morta di asfissia, in un habitat così drammaticamente ristrettosi sul piano geopolitico e – non dimentichiamolo – del costume; ché la Londra dei Beatles, degli hippy e della contestazione giovanile pareva davvero poter assestare il colpo di grazia a una monarchia non più globalimperiale, nonché un po’ troppo affezionata a merletti e cappellini vittoriani (da cui le poche altre monarchie rimaste – in primis quelle nordiche – sapranno invece staccarsi piuttosto in fretta). Pragmatismo inglese impregnato di tradizione, secondo un’inimitabile ricetta d’Oltremanica che forse, se la regina non fosse stata così longeva, non avrebbe saputo essere altrettanto ben interpretata da un timido Principe Carlo da ieri re.

Al contrario, ancora nel 1982 l’orgoglio imperiale personificato dalla sovrana riuscì a far mobilitare il Paese in difesa di quattro isolette sperdute in qualche posto dall’altra parte del mondo. Invase dall’Argentina nel tentativo di salvare l’agonizzante dittatura militare, le Falkland dimostrarono invece che la monarchia britannica non era agonizzante per nulla. E, come non bastasse la politica estera, sul fronte interno Elisabetta seppe traghettare il Paese verso la Green Economy ante litteram: gli scioperi selvaggi del 1984/85 contro la chiusura delle miniere di carbone vennero gestiti da Margaret Thatcher in maniera…. paramilitare; talmente paramilitare, che per la prima e unica volta Elisabetta si fece latrice di istanze sociali esprimendo un proprio indirizzo politico, cosa vietatissima a un sovrano che “regna ma non governa”. Si trattava, d’altro canto, di un’istanza sociale che coinvolgeva una parte rilevantissima del Paese – il Nord minerario culla della rivoluzione industriale -, non a caso da allora precipitata in un torpore economico-sociale che, in città come Newcastle e Sheffield, fa sembrare che nulla o quasi sia accaduto dopo quei fatali anni Ottanta. Un po’ come contemporaneamente accadeva nelle città portuali, come quella Liverpool che, un tempo porto principale di un impero globale, aveva dovuto affrontare decolonizzazione e boom del trasporto aereo consolandosi con i Beatles e le vittorie calcistiche dei Reds.

Elisabetta II non è mai stata in cuor suo una sportiva. Rara avis sul campo centrale di Wimbledon, ha sempre cercato di fare la stessa cosa a Wembley, delegando volentieri l’annuale consegna dell’ambitissima FA Cup ad altri membri della famiglia reale. Paradossalmente, proprio la rarità delle sue apparizioni – limitate alle occasioni più solenni – punteggia la spaventosa durata del suo regno fornendo quel senso di continuità che oggi, come accennato, unisce diciottenni, trentenni, sessantenni e ottantenni: dalla Coppa del Mondo di Calcio del 1966, agli Europei di trent’anni dopo, sino ai Giochi Olimpici londinesi del 2012 con tanto di regale recita al fianco di James Bond… Il tutto – nel calcio – invariabilmente condito da trombettieri sul terreno di gioco e regali strette di mano a tutti i giocatori, in nome di quel timbro medievaleggiante da cui, a Buckingham Palace, non hanno mai pensato di distaccarsi…

Nel frattempo, nel 1997 era morta Lady Diana. La più grande, forse nel suo genere unica mossa impopolare di Elisabetta, che non seppe capire l’ondata emozionale generale per la morte della malsopportata nuora e, dopo aver resistito a decolonizzazione, minatori, Falkland e compagnia bella, rischiò di scivolare sulla più classica buccia di banana. Pronta e repentina la correzione di rotta, garantiti i relativi risultati: nel giro di pochi anni, molti più souvenir marchiati Elisabetta che non Diana, nelle vetrine di Oxford Street; e soprattutto recuperato il ruolo sociale di un’amante odiata e anche un po’ racchia (cosa che mediaticamente non aiuta), la quale si è insediata a tutto tondo nel cuore di un popolo che da ieri la chiama Regina Consorte.

Dopo settant’anni di una Regina Sovrana e di un principe consorte, chissà se ci riabitueremo all’idea di un regina-moglie-del-re. Troppo affezionati ormai all’idea di una donna che detiene il potere: un concetto che in quel 1952 non esisteva ancora. Tra cappellini postvittoriani e riti medievaleggianti, chissà che Elisabetta II non abbia contribuito alle Pari Opportunità più di tanti girotondi e tanti comitati…

Roberto Codebò

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