

Per chi vede con antipatia l’unità d’Italia, Garibaldi è molto spesso il principale capro espiatorio. Punto di vista solo apparentemente semplicistico: alla luce della più moderna storiografia appare assai evidente che la conquista del Regno delle Due Sicilie fu anche e soprattutto idea sua, e che ad esempio Cavour – almeno ufficialmente – non la pensava alla stessa maniera. Garibaldi “sudista”, insomma… E invece – se ne meraviglieranno i miei venti lettori – vi fu un momento in cui l’Eroe dei due Mondi rischiò di diventare nordista. Non però nel senso italiano del termine, bensì in quello nordamericano…
«Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba»
«Signore,
io sono prigioniero e gravemente ferito; quindi nell’impossibilità di disporre di me stesso.
Io credo ciò nonostante, ove cessi la mia prigionia e si sani la mia ferita, d’esser venuta l’occasione favorevole in cui io possa appagare il mio desiderio di servire la Grande Repubblica Americana di ci son cittadino, e che combatte oggi per la libertà universale» (1).
La ferita cui fa riferimento Giuseppe Garibaldi in questa sua lettera del 14 settembre 1862 è probabilmente la più famosa della storia d’Italia, per non dire di quella mondiale. «Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba», ci cantavano i nostri nonni sulle note della marcia dei bersaglieri, riferendosi ai colpi d’arma da fuoco esplosi all’indirizzo dell’Eroe dei due Mondi sulle montagne dell’Aspromonte il 29 agosto 1862. Sul solco della retorica postrisorgimentale – molto alimentata poi dal regime fascista – si tendeva a sottacere da chi fosse stato ferito: non si voleva far vedere che a Garibaldi avessero sparato gli effettivi dell’esercito regolare italiano, i quali – conquistato ormai il Regno delle Sicilie con la Spedizione dei Mille di due anni prima, e proclamato il Regno d’Italia l’anno precedente – volevano impedire a Garibaldi di puntare su Roma. Analogo bisogno di riservatezza era peraltro avvertito anche all’epoca dei fatti. Il luogotenente Luigi Ferrari del sesto reggimento Bersaglieri, autore materiale dei celebri spari, venne per tali fatti decorato con la medaglia d’oro al valor militare. Ma per tutto il resto della sua vita si curò di non rivelare le ragioni di tale altissima onorificenza, ché altrimenti avrebbe rischiato il linciaggio…(2). In un’epoca senza mass media, Garibaldi era un mito mediatico italiano e mondiale: chi lo toccava – fisicamente ma anche solo politicamente – rischiava sempre di fare una brutta fine.
In tale complesso e delicato scenario, dopo i fatti dell’Aspromonte, Garibaldi viene arrestato, imbarcato sulla pirofregata Duca di Genova e tradotto in quel della Spezia, dove viene rinchiuso nel carcere del Varignano. Ivi gli viene destinata una camera d’angolo al secondo piano dell’edificio principale, che le cronache dell’epoca descriveranno come «modestamente arredata» (3). A testimonianza della sua fama mondiale, per curare la sua ferita alla gamba – più precisamente al malleolo del piede destro (4) – giungono medici dall’Inghilterra, dalla Russia e dalla Francia (5); «l’onore di operar l’estrazione della palla» – per usar le parole dell’illustre paziente (6) – toccherà però all’italiano Zannetti, ponendo così fine all’«immenso tormento» (7) provocato dal lungo viaggio dalla Calabria alla Riviera di Levante. E proprio dalla sua cella sulle rive del Golfo dei Poeti, il 14 settembre 1862 Garibaldi vergava le righe con le quali abbiamo aperto il presente contributo. Ma a chi scriveva, l’Eroe dei Due Mondi? Per scoprirlo, è necessario fare un passo indietro alle vicende che, in quei primissimi anni Sessanta dell’Ottocento, agitano la ormai non più giovanissima democrazia americana e travagliano, su questa sponda dell’Atlantico, un’Italia ancora tutta o quasi da fare.
La Guerra Civile Americana
Per gli italiani, solitamente, è la “Guerra di Secessione”; gli americani la chiamano invece semplicemente “Civil War”. Con qualche semplificazione, si può dire che sia stato l’unico conflitto combattuto in territorio statunitense dopo la proclamazione degli USA. Scintilla per sua esplosione, in una polveriera agitata da tempo, è l’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Abraham Lincoln. Eletto il 6 novembre 1860, Lincoln, nel suo discorso inaugurale del successivo 4 marzo (8) dichiara apertamente l’intenzione di abolire la schiavitù. Basta poco più di un mese perché la polveriera prenda fuoco: il 12 aprile, hanno ufficialmente inizio le ostilità. Proprio in quell’intervallo di tempo, per la cronaca, viene proclamato il Regno d’Italia: parallelismo di date e di eventi che non è sempre facile tener presente, tra le opposte opposte dell’Atlantico, quando si ha a che fare con questo periodo storico.
Il problema del comandante
“Egli si fermò sul suo cavallo, dinanzi alla via che oggi porta il suo nome e dietro all’altra che ha quello di Lincoln” (9). Pare davvero ispirata da un bizzarro destino, questa scena palermitana descritta da Francesco Crispi narrando l’ingresso di Garibaldi nel capoluogo siciliano nel quadro della Spedizione dei Mille, il 27 maggio 1860. Giuseppe Garibaldi e Abraham Lincoln: due destini che rischiano di incrociarsi, quando i ripetuti rovesci patiti dall’esercito nordista nelle prime battute del conflitto rendono particolarmente pressante, a Washington, il problema della scelta dei comandanti. Scelta che – è bene ricordarlo – può essere operata in un novero assolutamente trasversale alle parti: al leggendario generale Robert Edward Lee (10), comandante dell’esercito sudista, era stato in precedenza offerto nientemeno che il comando supremo dell’opposta fazione…
Non invece, come meglio vedremo più avanti, al comando supremo pensa Abraham Lincoln in relazione a Giuseppe Garibaldi. Pensiero che, per la verità, non è farina del sacco del presidente: tutto era nato nel gennaio del 1861, quando Lincoln era già stato eletto ma non aveva ancora assunto l’incarico, né del resto le ostilità avevano ancora avuto inizio. In quel mese, la North American Review aveva pubblicato un articolo nel quale Henry Theodore Tuckerman ricordava il soggiorno di Garibaldi in quel di New York (11), dove il Nizzardo era giunto da Liverpool nel giugno 1850 in preda a terribili dolori reumatici; ma né questi ultimi, né la sua chiarissima fama l’avevano esentato dalla trafila burocratica per immigrati prevista a Staten Island (12), dove peraltro egli aveva ricevuto visite e festeggiamenti degni di un divo di Hollywood ante litteram… (13).
È Candido Augusto Vecchi, «attore e storico» del dramma garibaldino secondo la definizione tramandata da Alexandre Dumas (14) nonché persona carissima all’Eroe dei due Mondi (15) che, ringraziando Tuckerman, manifesta l’idea di affidare a Garibaldi un comando militare nel quadro dell’esercito nordista. Analoga iniziativa è presa dall’ambasciatore americano a Torino, George Perkins Marsh (16). Simile scintilla, gettata nella santabarbara della fama globale di Garibaldi, non tarda a produrre i suoi effetti. In maggio, spunta una lettera di Garibaldi, pubblicata dal New York Daily Tribune, nella quale egli stesso si esprime contro la secessione (17). In luglio, lo stesso Lincoln rende noto attraverso la stampa il suo accorato appello «all’Eroe della Libertà» (18). Parte intanto l’azione sui canali ufficiali: il primo contatto è opera del console statunitense ad Anversa, Quiggle, incaricato di offrire a Garibaldi il grado di maggiore generale corredato di un congruo emolumento (19). Più o meno simultaneamente, in agosto, il superiore di Quiggle, l’ambasciatore americano a a Bruxelles Sanford fa sosta a Torino per sondare il punto di vista del governo italiano (20), dopo di che conferisce direttamente con lo stesso Garibaldi. Questi, il 10 settembre 1861, scrive a Quiggle da Caprera:
«Caro Signore,
ho veduto il sig. Sanford e sono dolente d’esser costretto a dire che non posso andare pel presidente degli Stati Uniti. Non dubito del trionfo della causa dell’Unione, e che avvenga presto; ma se la guerra dovesse per mala sorte continuare nel vostro paese, io vincerò tutti gli ostacoli che mi trattengono, mi affretterò a venire alla difesa di quel popolo che mi è tanto caro» (21).
Sulla carta, Garibaldi gioca dunque sulla difensiva. Ma tutti sanno quanto un simile atteggiamento – salvo quanto vedremo più avanti – sia per lui poco congeniale. Infatti, Garibaldi stesso ha nelle stesse settimane scritto nientemeno che a re Vittorio Emanuele poche righe che suonano molto più – è proprio il caso di dirlo – «alla garibaldina»:
«Sire,
il presidente degli Stati Uniti mi offre il comando di quell’esercito; io mi trovo in obbligo d’accettare tale missione per un Paese, di cui sono cittadino (22).
Nonostante, prima di risolvermi, ho creduto mio dovere d’informare la Maestà Vostra, e sapere se crede che io possa avere l’onore di servirla.
Ho l’onore di dirmi di V. Maestà
Dev.mo servitore
Giuseppe Garibaldi» (23)
Fin troppo evidente il tentativo di mettere Vittorio Emanuele davanti al fatto quasi compiuto, pur condendo il tutto con l’immancabile manifestazione d’ossequio verso il sovrano (ma non tutti su ciò concordano, come tra poco vedremo). Ed altrettanto evidente è il tentativo, nella replica di quest’ultimo, di scrollarsi di dosso Garibaldi mantenendo pur sempre un asso nella manica:
«Caro Generale,
per quello che riguarda d’assumere il comando che gil ha offerto il Governo dei Stati Uniti, mi pare che deva seguire gl’impeti della sua coscienza verso l’umanità sofferente.
Caro Generale, qualunque sia la Sua determinazione, io sono bene sicuro che non dimenticherà la Patria italiana, come io non dimenticherò mai la Sua amicizia» (24).
«Va’ pure!», sembra insomma dire Vittorio Emanuele in mezzo agli immancabili orpelli diplomatici. Ma perché, poi, il re si vorrebbe privare di un simile personaggio, pedina fondamentale nelle travagliate sorti dell’Unità d’Italia…? La risposta a questa domanda ci è occasione per divagare rapidamente in mezzo a quelle vicende, svoltesi in gran parte in maniera assai diversa da come qualcuno, per troppi anni, ha voluto raccontarcele.
Le vicende risorgimentali
Il fatto, in poche parole, è che la già accennata retorica postrisorgimentale a suon di Padri della Patria e compagnia bella – poi ripresa, come detto, dal fascismo – ha voluto colorare la Storia dell’Unità d’Italia di una connotazione gloriosa e provvidenziale che invece, all’epoca dei fatti, non era certo da tutti condivisa. Il maggior paladino di tale impostazione era proprio lo stesso Giuseppe Garibaldi, che, in quel momento, polarizza potentemente una serie di opinioni e di iniziative molto care alle folle, che lo adorano; molto care a idealisti quali Giuseppe Mazzini, con il quale pure non mancarono sorprendenti livelli di discordia (25); ma per l’appunto non altrettanto care al re e ai vertici politici del Regno di Sardegna. Questi ultimi – certo – vogliono annettersi vari e numerosi territori italiani; ma i loro piani – nella loro varietà – non corrispondono affatto allo sfrontato e avventuroso idealismo panitalico dell’Eroe dei Due Mondi. La stessa Spedizione dei Mille dell’anno precedente era stata organizzata ben lungi dalla benedizione del governo di Torino (26), che pure verso di essa tenne il tipico atteggiamento ambiguo di chi non appoggia, ma – mentre spia – tollera (27).
Conquistata la Lombardia, accettata di ottimo grado la spontanea annessione – per mezzo dei celebri «plebisciti» – del Granducato di Toscana, dei Ducati Padani e della Legazione Pontificia delle Romagne (28), Cavour vede quasi realizzata quell’entità statuale che, secondo i progetti neoguelfisti, doveva unirsi a Stato della Chiesa e Regno delle Due Sicilie sotto l’egida di papa Pio IX. Tramontata per mille ragioni tale ipotesi, Cavour si guardava bene (almeno ufficialmente, in nome dell’ambiguità di cui sopra) dall’allungare mani e armi su un Regno Meridionale protetto – come si diceva all’epoca – «per tre lati dall’acqua del mare e per un lato dall’acqua santa» (29); e che, per peso nella comunità internazionale, potenza militare e intrinseca lontananza socioculturale dall’Italia del Nord sottendeva un’infinita serie di problemi, molti dei quali non a caso sono giunti fino ai giorni nostri…
In questo scenario, il tanto celebrato incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II del 26 ottobre 1860 aveva uno spirito un po’ diverso da quello ufficialmente tramandato.
Un primo scopo consisteva indubbiamente nell’approfittarne per discendere la Penisola e conquistare – attraverso una serie di episodi militari culminati nella battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860 – le Legazioni Pontificie dell’Italia Centrale, riducendo lo Stato della Chiesa a un territorio ancor più ristretto rispetto a quello dell’attuale Regione Lazio (30).
In secondo luogo, bisognava appropriarsi dei meriti dei Mille (che erano ormai diventati molto più di mille…), assumendo in prima persona l’iniziativa militare di un’impresa che non poteva ormai più essere sconfessata. Tale scopo, del resto, sarà perseguito davvero fino in fondo: al momento dell’incontro di Teano, sono già passati quaranta giorni dal trionfale ingresso di Garibaldi a Napoli, avvenuto il 7 settembre 1860 (nel frattempo, come visto, si è combattuta la battaglia di Castelfidardo); ma il re Francesco II e la regina Maria Sofia di Baviera, sorella dell’imperatrice Sissi, si sono rifugiati nella roccaforte di Gaeta, dove – molto più che lei che lui – sono decisi a resistere ad oltranza causando al governo di Torino problemi diplomatici non da poco (31). Saranno le cannonate da terra e dal mare delle truppe del generale Cialdini – e dunque dell’esercito regolare piemontese «allargato» (32) – a porre fine all’ultima disperata resistenza, inducendo al definitivo esilio a Roma una coppia reale che non riconoscerà mai ufficialmente l’esistenza dello Stato italiano.
Ma lo scopo in un certo fondamentale – in terzo e ultimo luogo – della precipitosa discesa dei Savoia in Campania consiste nel fermare Garibaldi prima che punti su Roma, cosa che egli è notoriamente decisissimo a fare al celeberrimo grido “O Roma o morte!”.
Se questo è vero nell’ottobre del 1860, è ancor più vero nell’estate successiva, quando ha luogo il citato «botta e risposta» epistolare tra Garibaldi e il re. Ma la ferma volontà di annettersi la città eterna – a prescindere dall’essere più o meno condivisa dal governo di Torino – cozza come sempre contro due ostacoli da poco. Da un lato, l’egida francese sullo Stato della Chiesa, con il rischio di irritare quel potentissimo alleato che giusto due prima era stato essenziale, in chiave antiaustriaca, per l’annessione della Lombardia. Dall’altro, amplissime porzioni dell’opinione pubblica cattolica, per le quali muover guerra contro il papa rappresentava gravissimo sacrilegio.
Alla luce di tutto ciò, fin troppo facile capire perché re Vittorio Emanuele non si industriasse per trattenere Garibaldi da questa parte dell’Atlantico…
Le insistenze di Washington
Purtroppo per il re, Garibaldi decide però spontaneamente di trattenersi in Europa. Il suo già commentato prender tempo con il console americano ad Anversa, se sul momento – come detto – era potuto sembrare poco garibaldino, lo è in realtà moltissimo se visto dal punto di vista delle descritte vicende nostrane. «O Roma o morte!», per l’appunto. E l’Eroe dei due Mondi dalla sua Caprera prepara già l’impresa per la successiva estate. Sarà una sorta di bis della Spedizione dei Mille, in partenza stavolta dalla già conquistata – e molto garibaldina – Sicilia. Ancora una volta si sprecheranno (almeno ufficialmente, ricordiamolo…) i tentativi di dissuasione da parte del governo di Torino, che però stavolta sarà costretto a mandare direttamente i bersaglieri contro Garibaldi subito dopo il suo sbarco in Calabria. E fu così che «Garibaldi fu ferito, fu ferito a una gamba»; e venne rinchiuso, come già sappiamo, nel forte del Varignano.
Nel frattempo, però, il governo di Washington non si dà certo per vinto:
«General!
As you have failed for the present to accomplish the great and patriotic work you lately understood in the interest of you beloved fatherland, I take the liberty to address myself tou you to ascertain whether it would not be against your present plans, if you would lend us your helping hand in our present struggle to preserve the liberty and the unity or our great republic.
The battle we fight is one, which not only interests ourself, but also the whole civilized world.
The welcome and the enthusiasm, with which you will be received in our land, where you once lived, will be boundless, your position to lead our great soldiers into battle, to fight for the same principle for which you fought so nobly during your life, will be such as you may desire.
It would be happy, General, to receive a reply if it should be possible.
I have the honor to be very respectfully
Theodore Canisius
US Consul» (33) (34)
Questa lettera del console americano a Vienna porta la data del primo settembre 1862 e dimostra le persistenti intenzioni del presidente Lincoln. L’iniziativa parte stavolta non dal Belgio bensì dall’Austria, ma stile e contenuti sono press’a poco i medesimi. Conosciamo già la risposta di Garibaldi – «Io sono prigioniero e gravemente ferito» –, con la quale abbiamo aperto il presente contributo. Ma, alla luce di tutto quanto visto ad ora, sappiamo ormai che non certo solo la ferita e la detenzione si opponevano all’accettazione di una pur sì lusinghiera proposta.
Quel che non sappiamo ancora è che causa di tale ritrosia non erano neppur soltanto le mire verso Roma, né ad esempio quelle verso Venezia e il Trentino: a conti fatti, saranno del resto necessari quattro anni di «vita inerte e inutile» (35) prima delle nuove avventure a Bezzecca e a Mentana. Certo, a priori Garibaldi non poteva quantificare tale lasso di tempo; ma in un momento chiaramente «di morta», pare strana tutta questa rilevanza data a una ferita e una prigionia: elementi che, per il Nizzardo, pesavano del resto molto meno che un uomo qualunque. La ferita era del resto ormai in via di guarigione; quanto alla prigionia, basterà ricordare che un poco prestigioso compagno d’avventure nonché – come sappiamo – biografo di Garibaldi, tale Alexandre Dumas, è anche autore de Il conte di Montecristo…
Di certo, non mancava a Garibaldi l’entusiasmo per la causa americana. Prova ne siano le sue parole rivolte alla «Nazione Inglese» il 28 settembre 1862, due sole settimane dopo la sua risposta a Canisius:
«Chiama la grande Repubblica Americana. Essa finalmente è tua figlia, sorta dal tuo grembo, ed essa, comunque sia, si affatica oggi per l’abolizione della schiavitù, da te generosamente proclamata. Aiutala a sollevarsi dalla terribile lotta, che le suscitarono i mercanti di carne umana» (36).
La verità è che tra Washington e Garibaldi era intercorso qualche equivoco. Tanto per cominciare, secondo alcuni le già citate notizie riferite dai giornali d’Oltreoceano a proposito del punto di vista di Garibaldi non rispondevano a verità (37). Sappiamo già che gli americani gli offrirono il grado di maggiore generale; Garibaldi pretendeva invece di prendere il posto che, dalla fine del 1863, sarà poi occupato dal generale (e futuro presidente degli Stati Uniti) Ulysses S. Grant come comandante supremo dell’intero esercito nordista. A voler credere nientemeno che a Indro Montanelli (38), in tale chiave andrebbe visto lo scrupolo consistente nell’aver chiesto l’anno prima a Vittorio Emanuele – come abbiamo visto – il permesso di partire: potrebbe essersi trattato di un modo di sperare di subire un fermo divieto, trappola in cui, come visto, il sovrano non cascò. Per altro verso, ebbero certo il loro peso gli accorati appelli provenienti da tutta Italia a Garibaldi per convincerlo a rimanere (la vicenda aveva evidentemente travalicato la segretezza dei canali diplomatici). Fatto sta che la simpatia di Garibaldi per la causa americana continuò a limitarsi alle parole, comprese quelle accoratissime rivolte direttamente al Presidente Lincoln il 6 agosto 1863 da un Garibaldi tornato per l’ennesima volta a Caprera:
«Se in mezzo al fragore delle vostre titaniche pugne, può giungervi ancora la nostra voce, lasciate, o Lincoln, che noi, liberi figli di Colombo, mandiamo una parola d’augurio e di ammirazione alla grande opera, che avete iniziato.
Erede del pensiero di Cristo e di Brown, voi passerete alla posterità col nome di emancipatore; più invidiabile d’ogni corona e di ogni umano tesoro.
Una razza intera di uomini, aggiogata dall’egoismo al collare della schiavitù, è per voi, al prezzo del più nobile sangue americano, restituito alla dignità dell’uomo, alla civiltà e all’amore.
L’America, maestra di libertà ai padri nostri apre nuovamente l’êra solenne dell’umano progresso; e mentre sbalordisce il mondo, co’ suoi giganteschi ardimenti, fa tristamente pesare, come quella vecchia Europa, la quala agita pure una sì gran causa di libertà, non trovi nè intelletto, nè cuore per eguagliarla.
Mentre gli epuloni del dispotismo intuonano la bacchica ode, che festeggia la caduta d’un popolo libero, lasciate che i liberi festeggino religiosamente la caduta della schiavitù, arcani paralleli della storia, la rapina di Messico e l’editto di Lincoln,.
Salute a voi, Abramo Lincoln, navicellaio della libertò; salute a voi, che due anni combattete e morite attorno al suo stendardi rigeneratore, salute a te, redenta camitica stirpe! I liberi uomini d’Italia baciano i solchi gloriosi delle tue catene».
Epilogo
«Carissimo signor Marsh,
Il nome di Lincoln come quello di Cristo segna il principio di un’epoca gloriosa nella storia dell’umanità e con orgoglio ho voluto perpetuare nella mia famiglia, quel nome del grande emancipatore
I giornali e gli uomini che avversavano la causa della grande Repubblica, sono coloro che simili all’asino della favola diedero il calcio al leone credendolo caduto; ma oggi che la vedono risorgere in tutta la sua maestà, essi cangiono linguaggio. La questione americana è di vita per la libertà del mondo, ed il suo prossimo scioglimento deve rallegrare l’animo degli onesti. Bacio la mano con commozione ed affetto alla Vostra signora e sono
Vostro
Giuseppe Garibaldi» (39)
Preciso commentatore delle vicende d’Oltreoceano, Giuseppe Garibaldi, in questa lettera scritta il 27 marzo 1865 all’ambasciatore americano Marsh, che come sappiamo era stato uno dei propugnatori dell’incarico a Garibaldi. La risoluzione della questione americana è davvero più che mai prossima (si fa per dire, ovviamente…): tredici soli giorni dopo questa lettera, i sudisti firmeranno la resa a McLeans House, in Virginia. Ma le parole di Garibaldi sono attraversate da ben altro tragico e clamoroso presagio: l’inizio della lettera è di fatto un canto funebre ad Abraham Lincoln, che diciannove giorni dopo la lettera stessa, il 15 aprile, cadrà sotto i colpi di pistola di John Wilkes Booth. Un Lincoln che non era riuscito a convincere Giuseppe Garibaldi a combattere per lui; la Guerra di Secessione venne vinta comunque, e non si può quindi dire che il «no» del Nizzardo abbia cambiato il corso della storia. Fu però forse una grande occasione perduta per Garibaldi stesso: Eroe dei due Mondi certo, ma di certo tagliato più per quello Nuovo che per quello Vecchio (40).
Roberto Codebò
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NOTE
(1) AST, Corte, Miscellanee, Miscellanea, Legato Umberto II, primo versamento, m. 53, f. 1.
(2) PETACCO, O Roma o morte, Milano, Mondadori, 2010, p. 48.
(3) SPAGIARI, Luoghi, personaggi, episodi del Risorgimento in provincia della Spezia, La Spezia, Ed. Provincia della Spezia, 2011, p. 73.
(4) Per essere esatti, le ferite erano state due, come specifica lo stesso diretto interessato in una lettera scritta proprio mentre si trova a bordo della fregata «Duca di Genova»: «Mi colpirono, con due palle; una alla coscia sinistra, non gravemente, l’altra al malleolo del piede destro, cagionandomi una grave ferita». CIAMPOLI (a cura di), Giuseppe Garibaldi, Scritti politici e militari, Ricordi e pensieri inediti, Roma, Ed. Voghera, 1907, p. 289.
(5) SPAGIARI, cit., p. 73.
(6) GARIBALDI, Memorie autobiografiche, Firenze, Barbera, 1920, p. 406 (rist. anastatica in Firenze, Giunti, 1982 con presentazione di Giovanni Spadolini, ried. 2011).
(7) Ibidem. .
(8) Si trattava dell’antica data tradizionale per l’entrata in servizio del nuovo Presidente, sostituita poi dalla data del 20 gennaio. Invariata invece sin da allora, come si vede, l’usanza di mettere in scena la presidential election il martedì dopo il primo lunedì di novembre.
(9) Discorso improvvisato di Francesco Crispi al Teatro Brunetti di Bologna, per invito del Circolo Universitario Vittorio Emanuele del 1° giugno 1884, in CRISPI, Garibaldi, Bi Classici, Lipsia, 2016, p. 24. Qui, peraltro, Crispi cade in un mezzo anacronismo. Precisa giustamente che una delle due vie non era ancora intitolata a Giuseppe Garibaldi; ma è altresì vero che l’altra via in questione non era ancora ancora intitolata a Abraham Lincoln: essa si chiamava ancora Stradone di Alcalà o Stradone Sant’Antonino, e venne intitolata al sedicesimo Presidente degli Stati Uniti subito dopo la sua morte, nel 1865. Dal canto suo, la futura via Garibaldi palermitana si chiamava a quell’epoca Strada di Porta di Termini. In questo caso, per il cambio di denominazione non fu necessario attendere la morte del nuovo dedicatario: essa venne infatti intitolata a Garibaldi subito dopo i fatti cui Crispi fa qui riferimento.
(10) A molti lettori piacerà ricordare che, in Italia e non solo, la fama popolare del personaggio fu alimentata dal fatto che il suo nome fosse portato dall’automobile protagonista della fortunata serie televisiva Hazzard.
(11) SCIROCCO, Garibaldi. Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Bari, Laterza, 2011, n. 311.
(12) GARIBALDI, Memorie, cit., p. 264.
(13) MONTANELLI-NOZZA, Garibaldi, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2002, p. 260.
(14) DUMAS, Garibaldi, Roma, Biblioteca Economica Newton, 2003, p. 164. Si tratta della biografia dettata da Giuseppe Garibaldi proprio ad Alexandre Dumas padre (1802-1870). Questi, oltre che celeberrimo autore de Il Conte di Montecristo e I tre moschettieri, fu garibaldino convinto, finanziò la Spedizione dei Mille prendendovi personalmente parte e – per l’appunto – raccolse da Garibaldi la dettatura delle sue memorie fino al 2 luglio 1849, fine della Repubblica Romana.
(15) «Voi siete un’anima ben fatta, un’eccezione in questi tempi di degradazione, e mi riconforto solo nell’amicizia vostra e de’ pochi che vi somigliano», scriveva Garibaldi a Candido Augusto Vecchi da Caprera il 7 novembre 1864. CIAMPOLI (a cura di), cit., p. 361. Fu del resto proprio nella residenza genovese di Vecchi, a Villa Spinola, che venne organizzata la Spedizione dei Mille. V. POSSIERI, Garibaldi, l’identità italiana, Bologna, Il Mulino, 2010, p. 158.
(16) PETACCO, cit., p. 22.
(17) Come vedremo infra, si dubita dell’autenticità di tali notizie, e la loro falsità potrebbe essere una delle cause degli equivoci in nome dei quali Garibaldi non accettò l’invito americano.
(18) PETACCO, cit., p. 23.
(19) DE DONNO, L’Italia dal 1870 al 1944, cronistoria commentata, Roma, Libreria Politica Moderna, 1945, Vol. I, p. 127.
(20) SCIROCCO, cit., p. 311.
(21) CIAMPOLI (a cura di), cit., p. 231.
(22) Giuseppe Garibaldi non era, in realtà, cittadino degli Stati Uniti d’America. La cittadinanza era stata da lui richiesta nel 1850 dopo il suo arrivo a New York; ma l’omesso espletamento di alcune indispensabili formalità aveva impedito il perfezionamento della pratica. Per una bizzarria burocratica, egli aveva però ricevuto lo stesso il passaporto a stelle e strisce, il che lo autorizzò a vantarsi spesso – non si sa se in buona fede oppure no… – di essere cittadino americano. V. MONTANELLI-NOZZA,cit., p. 261.
(23) AST, Corte, Miscellanee, Miscellanea, Legato Umberto II, primo versamento, m. 58, f. 1.18.
(24) Ibidem. La risposta autografa del sovrano è vergata sul retro del piego postale di carta azzurrina sul quale Garibaldi aveva scritto la propria missiva, regolarmente spedita a mezzo posta.
(25) Così RIALL, Garibaldi, l’invenzione di un eroe, Bari, Laterza, 2017, p. 103.
(26) Ricordiamo ad esempio una lettera del 22 luglio 1860 con la quale Vittorio Emanuele «sconsiglia» a Garibaldi di sbarcare in Calabria dopo aver conquistato la Sicilia. AST, Corte, Miscellanee, Miscellanea, Legato Umberto II, primo versamento, m. 26, f. 2,6. Nello stesso fascicolo, presente anche la minuta di un’altra lettera del re, probabilmente mai spedita, con la quale lo stesso invito a fermarsi è rivolto in relazione all’ingresso in Napoli.
(27) SCIROCCO, cit., pp. 237 s.
(28) Si denominavano «legazioni pontificie» le singole province dello Stato Pontificio, secondo il riordino amministrativo operato da Pio IX nel 1850. La Legazione delle Romagne aveva come capoluogo Bologna, e la sua annessione rappresentò pertanto una prima gravissima amputazione territoriale dello Stato della Chiesa, che si vide così privato della propria seconda città in ordine di grandezza e importanza, nonché dei territori di Imola, Faenza, Ferrara, Ravenna, Cesena, Forlì e Rimini. Come tra poco vedremo, le altre Legazioni saranno invece conquistate manu militari dall’esercito sardo durante la sua discesa verso Teano.
(29) SCARDIGLI, Le grandi battaglie del Risorgimento, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2010, p. 308.
(30) Dal 1860 al 1870, il residuo territorio dello Stato Pontificio comprendeva infatti soltanto un territorio corrispondente grosso modo alle odierne province di Roma, Frosinone e Viterbo. Il territorio dell’attuale provincia di Rieti, corrispondendo all’antica Sabina, non faceva infatti parte del Lazio «antico» e – per effetto della citata riforma del 1850 – era incluso nella Legazione Pontificia dell’Umbria. Quanto all’odierna provincia di Latina, storicamente il suo territorio apparteneva quasi del tutto alla provincia borbonica della Terra del Lavoro, e venne aggregato alla Regione Lazio soltanto nel 1927 dopo la fondazione della città di Littoria (poi Latina) e l’istituzione della relativa provincia. Tale territorio all’inizio del 1860 era dunque ancora parte del Regno delle Due Sicilie, come si noterà infra parlando dell’assedio di Gaeta. La quale del resto anche oggi, pur facendo come detto parte della Regione Lazio, rivela schiettamente – al pari della vicina Formia – le proprie radici campane.
(31) SCARDIGLI, cit., p. 371.
(32) Non essendo stato ancora proclamato il Regno d’Italia, si trattava ancora dell’esercito del Regno di Sardegna, il quale però si era ormai «ingrossato» con i ranghi militari degli stati annessi, come visto, nei mesi precedenti.
(33) «Generale!
Poiché per il momento non vi è stato possibile portare a compimento la grande missione patriottica che avete recentemente intrapreso nell’interesse della vostra amata patria, mi prendo la libertà di rivolgermi a Lei per sapere se non sarebbe incompatibile con i vostri progetti attuali il fatto di prestare il vostro aiuto alla nostra attuale lotta per preservare l’unità e la libertà della nostra grande repubblica.
La nostra è una battaglia che interessa non soltanto noi, bensì anche l’intero mondo civile. Il calore e l’entusiamo con i quali sareste ricevuto nella nostra terra, in cui un tempo avete abitato, sarebbe sconfinato; il suo ruolo nel condurre i nostri valorosi soldati in battaglia, nel combattere per gli stessi principî per i quali avete nobilmente combattuto nel corso della vostra vita, sarebbe assolutamente in linea con i vostri auspici.
Sarebbe gradito, Generale, il ricevere una vostra risposta non appena possibile.
Ho l’onore di essere molto rispettosamente
Theodore Canisius
Console degli Stati Uniti»
(34) AST, Corte, Miscellanee, Miscellanea, Legato Umberto II, primo versamento, m. 53, f. 1.
(35) GARIBALDI, Memorie, cit., p. 406.
(36) CIAMPOLI (a cura di), cit., p. 293.
(37) DE DONNO, cit., p. 127.
(38) MONTANELLI-NOZZA, cit., p. 440.
(39) CIAMPOLI (a cura di), cit., p. 361.
(40) Così MONTANELLI-NOZZA, cit., p. 440.