
In diretta radiofonica al Salone del Libro di Torino, lo scrittore Giuseppe Culicchia ci ha raccontato il suo libro preferito, il suo luogo del cuore della città e un ricordo personale sul Torino Calcio. Questa la nostra intervista completa.
Culicchia, il titolo di questa edizione è “Il mondo salvato dai ragazzini”. Questo include anche le ragazze ovviamente.
Si, mi sembra opportuno parlare anche di “salvare le ragazzine dal mondo” perché viviamo in un’epoca in cui la disparità è ancora molto evidente e nella quale ci sono molte ragazzine da salvare. Allo stesso tempo, mi viene da pensare che spesso siano proprio le ragazzine, più dei ragazzini, a salvare il mondo. È una cosa che vediamo innanzitutto a scuola: spesso le ragazzine ottengono voti migliori perché si impegnano di più.
E non è un caso.
Non credo sia una questione genetica; semplicemente, forse sono consapevoli del fatto di dover avere a che fare con un mondo che richiede loro più impegno rispetto ai compagni maschi, con il paradosso che poi magari avranno retribuzioni minori o subiranno varie discriminazioni. Quindi, tra “salvare le ragazzine dal mondo” e “il mondo salvato dalle ragazzine” si può giocare con le parole, ma un senso lo si trova sempre.
Cambiando argomento, ci troviamo al Salone del Libro e non possiamo non parlare di libri: lei ne ha scritti tantissimi, ma vorremmo sapere qual è il suo libro preferito, o un titolo in particolare che vuole consigliare ai nostri ascoltatori.
Consiglio, vista l’epoca in cui viviamo, un’opera della scrittrice francese Marguerite Yourcenar intitolata “Il colpo di grazia”, edita da Feltrinelli. È una storia ambientata negli anni immediatamente successivi alla fine della Prima Guerra Mondiale, durante la guerra civile nei paesi baltici. È una vicenda privata che coinvolge tre protagonisti — Eric, Corrado e Sofia — e che si intreccia con la Storia con la “S” maiuscola. La dinamica del rapporto che si instaura tra queste tre figure è molto interessante e tragica, raccontata con una grazia che soltanto la prima donna eletta all’Académie Française poteva avere.

Invece, qual è il suo “luogo del cuore” a Torino?
Trovarne soltanto uno è molto difficile perché Torino è fatta di luoghi del cuore. Si va dal mercato di Porta Palazzo a quello di Santa Rita; sono un grande appassionato di mercati. Si va da piazza Maria Teresa, che per me rappresenta la “quadratura del cerchio”, alle tante altre piazze più o meno grandi, a cominciare naturalmente da piazza Vittorio, che credo sia una delle più grandi d’Europa. Questi spazi così ampi ci consentono di avere un rapporto molto diretto non solo con la città, spesso aulica, ma anche con la natura.
Spesso sottovalutata
Abbiamo il privilegio di poter alzare lo sguardo e vedere il cielo, le montagne, la collina o uno dei fiumi che bagnano Torino: non c’è solo il Po, ci sono anche la Dora, il Sangone e la Stura. L’immagine della Torino industriale ha sempre fatto torto alla realtà: Torino è stata costruita come una capitale, ne ha gli spazi, ed è sempre stata una città molto verde. Ciò contrasta con l’idea della “città dell’auto”, che in realtà è un innesto del Novecento su un impianto che ha una storia molto più lunga.
Torino è cambiata e sta sicuramente cambiando. Lei ha citato la collina; c’è un luogo come Superga che va ricordato, ed è stato fatto proprio recentemente, anche in occasione della docu-serie “Toro 76”.
Sì, Superga fa parte della storia di questa città, non solo di quella sportiva. Quando l’aereo del Grande Torino si schiantò sul “colle fatale”, fu un lutto nazionale. All’epoca Torino contava 500.000 abitanti, ma ai funerali del Grande Torino parteciparono 600.000 persone