
La strada che porta verso il momento più emozionante del viaggio è punteggiata di cervi, ospitati nell’apposito parco di Nara dove scorrazzano liberamente ricevendo appositi biscotti dai visitatori. Segni della natura che tendono a scomparire a Osaka, la quale esplode addosso al viaggiatore con la sua miriade di grattacieli appiccicati. In uno di essi, il nostro hotel, con camere bianco ospedale e bagno in stile (piccola) barca: non proprio il relax del viaggiatore insomma, bensì vagamente ansiogeno. Ideale però per spiccare l’ulteriore balzo verso Hiroshima. Nell’attesa, il vostro cronista-viaggiatore va a prendere lezioni di ticketing in metropolitana: nelle emettitrici automatiche di biglietti di Osaka, prima si mettono i soldi poi s’illuminano le varie opzioni: dare moneta vedere metrò, insomma. Scopro tutto ciò grazie divertito aiuto di due signore locali, la cui attitudine chiassosamente amicale mi chiarisce perché gli abitanti del luogo siano soprannominati “i napoletani del Giappone”. Dopodiché, il metrò trasporta il cronista-viaggiatore di cui sopra in una delle sue più classiche divagazioni solitarie, di quelle che così ben gli spiegano il perché di una simile vocazione.
E giunge nel frattempo il momento dell’ultima tappa di Shinkansen verso Hiroshima: nella mia già descritta qualità di viaggiatore spaiato, mi tocca stavolta in sorte come vicina di posto una cinquantenne del North Carolina, ideale per tener fede all’adagio “Donna americana / chiacchieri una settimana”…
Chi tra i miei venti lettori soffre la briga di seguirmi in maniera più costante, ben conosce la mia attitudine a immaginare la storia nei luoghi in cui singoli fatti hanno avuto luogo. Questa volta, non è davvero necessario, perché la storia ti si abbatte letteralmente addosso da sola. Tremano le gambe, mentre scendiamo dal bus proprio di rimpetto a uno dei pochi palazzi la cui struttura non sia stata disintegrata dal gran sole del 6 agosto 1945. Lo scheletro di cemento armato è stato lasciato così com’era, spettrale monumento a se stesso e alla più fulminante e annientante forma di manifestazione dell’ingegno umano applicato a scopi bellici. La voce della nostra guida Kyoko si fa istituzionalmente più severa, mentre sciorina i particolari storici e tecnici della vicenda durante l’attraversamento del Parco della Pace: in realtà poco più di un grosso giardino che accompagna verso il museo della bomba. Perché a Hiroshima non c’è assolutamente nulla di monumentale; non è necessario stupire o colpire il viaggiatore; è l’aria stessa che sussurra la storia. La stessa aria che quel giorno raggiunse la temperatura di un milione di gradi.
“How can I save my little boy from Oppenheimer’s deadly toy…?”. Porta la prestigiosa firma di Sting, uno dei vari giochi di parole dedicati a quel giorno. “Come potrò salvare il mio ragazzino dal giocattolo mortale di Oppenheimer?”; ma la frase va letta con l’accento su “mio”, perché il ragazzino nel senso di figlio si contrappone a “Little boy” nel senso di bomba (questo era, infatti, il suo soprannome). Nel museo, molto spazio è dedicato proprio alla risposta alla domanda di Sting, vale a dire alla maniera in cui l’umanità ha cercato di liberarsi dalle armi nucleari, dopo Hiroshima e Nagasaki, dopo i test a Bikini & c., dopo l’escalation della Guerra Fredda. Impressionante però l’animazione su schermo gigante orizzontale che fa rivere il lampo accecante dell’esplosione e il subitaneo annientamento di Hiroshima. Lo schermo è posizionato al centro di una stanza sulle cui pareti si srotolano le immagini della città all’indomani della bomba. La sensazione di esservi in mezzo taglia le gambe più ancora di prima.
“Gli abitanti di Hiroshima vi chiedono di raccontare tutto questo, perché non sia dimenticato”. Sono le parole di Kyoko, la nostra guida, mentre in bus ritorniamo verso l’hotel. “Meditate che questo è stato / vi comando queste parole / Ripetetele ai vostri figli”. Sono le parole di Primo Levi nella poesia che introduce “Se questo è un uomo”. Il termine “Olocausto” significa letteralmente “bruciare tutto”: tragica varietà di applicazioni, anche per fatti accaduti (quasi) in contemporanea.
Roberto Codebò
(3-fine)
