«Ho 1.700 amici. Ma allora perché sto mangiando da solo….?»

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Logo-non-si-trattien-lo-strale-236x300 «Ho 1.700 amici. Ma allora perché sto mangiando da solo....?»

Michele, mio amico su Facebook. Amico soltanto virtuale, uno dei pochissimi che io non conosca anche di persona. Simpaticissimo compagno di stilnovistiche diatribe in tema di meravigliose bellezze femminili, commentate dall’estetica pura sino alla mitologia. Ordunque, l’altra sera Michele posta su Facebook la frase che abbiamo scelto come titolo dell’odierno strale: “Ho 1.700 amici. Ma allora perché sto mangiando da solo…?».

Più che una frase, la si potrebbe definire il simbolo di un’epoca. Epoca in cui si chiacchiera ogni giorno con i lontani cugini australiani, ma a malapena si conosce la voce del proprio vicino di casa. Perché la tecnologia delle comunicazione ci rende presbiti: ci porta a guardare – e a parlare – lontano, trasformando l’amicizia in un parametro numerico della propria socialità virtuale. Vicino a noi, troppo spesso, il nulla.

Un ragazzino di tredici anni che parte in bicicletta a va a suonare alla porta del proprio amico del cuore, rimanendo deluso se non trova e felice se lo trova. Sembra una scena di due secoli fa; era la socialità degli anni Settanta e Ottanta, del cui pane si è nutrita la mia generazione. Oggi tutto preavvisato, monitorato, localizzato via SMS/Twitter/Facebook e compagnia bella. Tante parole, poca fantasia, nessuna sorpresa. E, in fin dei conti, tanta solitudine dello spirito.

Intendiamoci. Questo non è cieco misoneismo, auspicante un improbabile rifiuto della moderna tecnologia e un ancor più improbabile ritorno al passato. La tecnologia è potenza, ampiezza, velocità; ma tutto ciò non deve mai far dimenticare i bei valori dell’amicizia e della socialità di un tempo. Perché una chat con l’Australia non vale un campanello che squilla all’improvviso; e mille SMS non valgono il calore di un abbraccio.

Roberto Codebò