
Ritorno al Futuro è il titolo della nuova mostra al Museo dell’Automobile di Torino e proprio in occasione della sua inaugurazione abbiamo conversato con Giorgetto Giugiaro, uno dei più importanti progettisti al mondo, sul futuro e sul presente dell’auto.
Dott. Giugiaro, il tempo è un concetto molto importante nella progettazione di una vettura: secondo lei che cosa rappresenta?
Pensare di fare un progetto che possa essere apprezzato fra vent’anni è una forzativa, è impossibile. Noi riusciamo a fare qualcosa come progetto che duri 5-10 anni. Pensare di fare un oggetto che possa durare di più, può essere un miracolo per la negatività dei progetti che si susseguono, per cui fare una vettura che andrà bene fra vent’anni è una cosa che non ha senso, perché fra vent’anni cosa ci sarà come tecnologia, come materiali, come leggi, come guerre, come economia? Quindi non si può.

In diverse conferenze ed interviste, ha raccontato che l’auto è in qualche modo il suo ufficio, è stata il suo ufficio in tutti questi anni. Quindi lei non nasce come un appassionato di auto?
No, io vengo da una famiglia di pittori e decoratori, volevo fare l’accademia. Poi mio padre mi ha spinto a capire che il disegno era anche quello tecnico, per cui ho abbinato la conoscenza tecnica con quell’artistica. Poi nella scelta di provare, i miei professori mi hanno detto: “prova nell’industria”. E così sono entrato nell’industria automobilistica e ho potuto capire cos’è il prodotto industriale. E quindi avrei avuto anche il tempo di andare all’accademia, dopo aver vissuto un po’ di tempo in un settore così innovativo.
Diciamo, quindi, un incontro dovuto al destino.
Io sono diventato un progettista senza volerlo, ma più che altro per avere un impiego e avere una possibilità creativa che non è quella che io avevo imparato dai miei nonni e dal papà e dall’ambiente in cui vivevo. Era qualcosa di veramente avanzato, perché il prodotto-automobile è qualcosa che allora, quando ero nel ’55, iniziava a dare quell’opportunità all’uomo di muoversi.

Adesso il mondo dell’auto è molto cambiato appunto da quando è iniziato lei. C’è una parte del mondo, che è la Cina, che sta avanzando anche in Europa. Proprio in questi giorni si vedono sempre più vetture cinesi. Lei, dal punto di vista del design, ha trovato qualcosa di interessante in questo mondo?
La Cina è l’ultima che è riuscita a fare di questo prodotto l’eccellenza in termini di prodotto, costi e fattibilità, cioè costruzione fatta bene a prezzo inferiore. Per cui il futuro è più cinese che non europeo, perché noi europei siamo legati al brand. La Cina non ha un brand storico, per cui offre un prodotto che costa poco, fatto benissimo, perché lì si è arrivata e quindi usufruisce di non avere l’imbarazzo che un brand nel progetto di fare il prodotto è legato a questa storia del brand. E allora la Cina è certamente quella più favorita, a parte una guerra, un cambiamento economico, ecc….

Continuando a parlare di futuro, qual è secondo lei, c’è ancora un futuro per l’auto in questo senso, come lo è stato per gli ultimi 80 anni?
Noi ci dobbiamo muovere, o ci alziamo come un uccello e quindi dovremmo avere, come abbiamo già visto, dei sistemi che ci possono far volare. Ma questo è un problema economico, un problema sulle leggi e sulle norme, per cui l’auto sarà ancora un oggetto imbombrante, condizionato dalle norme e dalle leggi, ma ne avremo bisogno e quello dipende dalla situazione sociale e dal paese in cui questo viene messo.
Per chiudere le chiedo, c’è un’auto di un altro progettista che avrebbe voluto fare?
Ma sono tante le cose che noi vediamo che l’uomo ha creato, quindi dire cosa è imbarazzante, ma sono moltissimi, tanti aspetti di cose che noi utilizziamo, che ci servono: sono l’aspetto della capacità dell’uomo di inventare. Chi fa un mestiere, non importa che cosa, ha sempre il desiderio di fare qualcosa, e allora questo incita in noi il “peccato di non aver avuto queste idee”.