Il grande sogno di Livingstone, che era realtà

Posted On 02 Lug 2019

Victoria Falls, Zimbabwe, 2 luglio

Il fiume Chobe divide il Botswana dalla Namibia in virtù di una di tante stranezze nell’andamento delle linee di confine africane, che questa volta ha anche un nome. E’ la striscia di Caprivi, dal nome del politico tedesco cui la si attribuisce, la quale parte dal cuore della Namibia per incunearsi tra Angola e Botswana e andare a finire… di fronte al nostro albergo. La crocierina-safari che parte dall’attracco proprio sotto la nostra stanza può quindi portarci a pochi metri dalla sponda opposta, senza però toccarla. Tipica regola internazionale sulla navigabilità dei fiumi che fungono da confine di stato. Avvicinandosi in tal modo alla sponda namibiana, la nostra marinaia ci avvicina a branchi interi di elefanti ed altra fauna locale, la quale del resto non rispetta certo i confini del nostro resort in un Paese che non vuole conoscere le recinzioni per animali. Durante la nostra passeggiata serale sulle rive dello stesso fiume, un inserviente ci invita a non stare troppo in basso rispetto alla riva, visto che, sotto i camminamenti di legno da noi utilizzati, si aggira probabilmente un leopardo…

Se il leopardo si limita a pattugliare le rive del fiume, ben più audaci sono le torme di babbuini che abitano il nostro albergo. Moderno e con tutti proprio tutti i comfort, ma soggetto a regole di convivenza con la wildlife non così diverse da quelle del nostro campo tendato dei giorni precedenti. Così, i babbuini danzano rumorosamente sul tetto di lamiera situato proprio accanto alla nostra stanza, finché uno decide di prendere la scorciatoia tagliando per il nostro balcone e facendomi correre come uno scemo dentro la stanza, quasi vi fosse stata l’invasione dei marziani….

Nella savana attorno al nostro hotel è morto un elefante. Triste ed enorme spettacolo di lutto animale, in una specie che pare abbia il culto dei defunti. Le leggende sul cimitero degli elefanti – espressione usata del resto in maniera ironicamente metaforica a denotare un’aggregazione di entità diversamente giovani – sono di per sé infondate, ma consta che gli elefanti rendano omaggio ai luoghi in cui sono deceduti i loro illustri simili del branco, meglio ovviamente se antenati. Così prontamente non sarà in questo caso: il fatto, subito accertato, che questo elefante sia morto di malattia causa l’immediata rimozione della carcassa da parte del personale del Parco. Davvero molteplici e intrecciate, nella savana, le interazioni tra uomo e animale.

La partenza da Chobe verso Victoria Falls avviene sul consueto gippone scoperto, sul quale batte l’aria di un inverno africano che non è più nel suo primo mattino ma che ci rende comunque necessari i soliti due o tre strati. A pochi chilometri dal confine con lo Zimbabwe, l’ennesima folata di vento ci fa volare via il cappellino: pagheremo cara la relativa botta d’aria sulla nostra fronte senza capelli, con una sinusite che è forse il biglietto da visita del già citato mal d’Africa e che ci appesantirà testa, occhi e altro nell’ultima parte del viaggio. Il posto di confine è annunciato da enormi camion disordinamente parcheggiati lungo la strada sterrata, con ragazzi che pasticciano sul cellulare seduti sopra enormi sacchi di iuta contenenti mais o qualcosa di simile. L’interno del posto di frontiera ci riporta alla mente certe nostre epopee di tanti anni fa – era l’estate del 2001 – a suon di attraversamenti tra frontiere interne tra Paesi ex sovietici. Ma la procedura in fondo è abbastanza snella: pagando cinquanta dollari, riusciamo a ottenere anche il leggendario visto Kaza, che “snellisce” – per così dire – le procedure di attraversamento del confine con lo Zambia, il tutto mentre un nerissimo ragazzone locale attende quieto accanto a noi sfoggiando una maglia della Juve…

Le cascate Vittoria tagliano il fiume Zambesi con un canyon che, applicato a un simile alveo, pare mixare storie di Mississippi con storie di rafting nelle Alpi francesi. L’acqua che cade su un fronte di quasi due chilometri si raccoglie sul fondo della gigantesca fenditura, per essere poi convogliata in un nuovo alveo dal regime per l’appunto gigantescamente torrentizio. La prima parte la godiamo dallo Zambia, dopo essere stati trasportati sulla Livingstone Island da un motoscafo con chiglia di lamiera e due Mercury – crediamo – da un’ottantina di cavalli ciascuno, che evita con slalom elengati e audaci le pietre di un fondale reso basso dall’annata particolarmente secca. Sull’isolotto, una dolce fanciulla di nome Precious ci serve una tazza di the con miele, che aiuta le già narrate costipazioni da turbolenza. La seconda parte dello spettacolo è dallo Zimbabwe – dalla città che prende il nome dalle cascate, Victoria Falls – ove torniamo ripassando sul ponte costruito dagli inglesi ai primi del Novecento, della cui audacia architettonica testimonia il fatto che sia ora utilizzato per il bunjee-jumping. Terza e ultima parte è dall’elicottero, pilotato da uno dei pochi bianchi locali in cui ci siamo imbattuti in questo viaggio. David Livingstone, primo europeo a vedere le cascate, disse che per godere di un simile spettacolo bisognava essere angeli. Chissà cosa avrebbe detto, se avesse potuto vederle anche lui dal cielo…

Roberto Codebò
(3-fine)

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