Imputati illustri, poco pubblico. La sentenza sull’amianto come non te l’aspetti

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L’Aula Magna del Liceo Gramsci di Ivrea, nel gran giorno della sentenza, non appare più affollata del solito. Addirittura inganna il colpo d’occhio esterno: poche auto e nessuna parabolica, il che fa credere a qualcuno che l’udienza finale sia stata spostata… Invece il luogo è sempre quello, è il
parterre dell’amianto è in realtà nutrito in tutte le sue figure abituali: avvocati, giornalisti, sindacalisti. Grande assente, come in tutti i sei mesi di dibattimento, il pubblico. Mai la mesta folla con le bandiere tricolori a mo’ di mantello e scritte equivalenti a “Eternit: Giustizia”, che era il vessillo del processo per l’amianto di Casale e non solo, e ancora lo sarà per l’Eternit-bis se la Consulta dirà che quel processo s’ha da fare. Sulle rive della Dora Baltea, niente pubblico; lo spiegherà chiaramente il sindaco poco dopo: la cittadinanza ha seguito a distanza, le udienze sono troppo tecniche. E a quanto pare ciò vale anche per il giorno della sentenza: strano, per una città che della Olivetti aveva fatto il suo simbolo, il suo modo di essere, il suo pane.

Si comincia subito con un passo falso. Inizio dell’udienza rinviato di una ventina di minuti causa ritardo di due avvocati, intrappolati in un megaingorgo sulla Tangenziale Nord di Torino. Ma il ritardo viene recuperato presto: il giudice si ritira senza indicare alcun orario per la lettura del dispositivo. Come sempre, ciò significa che la lettura inizierà dopo non più di mezz’ora. Così tutti rimangono in zona: al massimo a fare la coda alla macchinetta del caffè che a gennaio venne frettolosamente installata per garantire un minimo di conforto durante le udienze. Che si sono tenute tutte – ribadiamolo – nell’aula magna di un liceo, senza banchi per scrivere se non per la prima fila, al freddo e al gelo nelle prime settimane, lontano da un qualsivoglia punto di ristoro (vietatissimo quello del soprastante liceo: motivi di sicurezza). Problemi logistici di un Tribunale che, anche dopo il recente spostamento di sede, resta troppo piccolo per un processo del genere. Ma che coi mesi ha saputo adeguarvisi portandolo a termine – fatto più unico che raro – nei termini previsti sin da gennaio.

In processi di questo tipo, la lettura del dispositivo sembra non finire mai. Per il numero degli imputati, e/o delle parti civili, e/o dei reati contestati. In questo caso pesano tutti e tre i fattori, e perdipiù la suspense è accresciuta dal fatto che prima vengano elencati tutti gli imputati giudicati colpevoli, e poi vengano enunciate le pene inflitte a ciascuno. Così, tra la notizia della riconosciuta colpevolezza di Carlo De Benedetti – l’imputato degli imputati – e la notizia della pena inflittagli passa una bella manciata di minuti. Durante i quali i cronisti iniziano a trasgredire sempre più la posizione impettita nella quale sacralmente andrebbe ascoltata la voce del giudice, ed effettuano i primi lanci. Peccato che la citata tecnica espositiva, complice la fretta, dia l’illusione che gli imputati siano stati condannati tutti. Qualche agenzia lancia così, poi si corregge; in giro per il web rimane qualche clamoroso strafalcione («Imputati tutti condannati») mentre la lunga lettura termina e parte la giostra dei capannelli. Nella quale sottili equivoci seguitano a regnare sovrani. Due assolti di lusso: Roberto Colaninno e Camillo Olivetti. Per il primo l’assoluzione era stata chiesta dalla pubblica accusa, ma non per il secondo. La soddisfazione dell’avv. Guglielmo Giordanengo (legale per l’appunto di Olivetti) si intreccia così con quella dei PM, che parlano di “tesi accusatoria sostanzialmente accolta”. Come in certe elezioni della Prima Repubblica, dove vincevano sempre tutti; ma un processo come questo è tecnicamente assai più complicato del Manuale Cencelli.

L’unico tranquillamente e – come sempre – signorilmente soddisfatto è l’avv. Cesare Zaccone. Stavolta, non è neppure necessaria la saggia pacatezza dei suoi ottantotto anni e mezzo. Per Colaninno – come detto – l’assoluzione era già stata chiesta dai PM, il giudice ha accolto, ben difficile che per lui l’accusa faccia appello. In molti intanto si congratulano con Bruno Pesce, che di tutte le vicende dell’amianto rappresenta l’ideale collante (assente oggi Nicola Pondrano, suo abituale alter ego in tale ruolo); ma i legali delle parti civili lamentano le troppo rare concessioni di provvisionali (le somme che i condannati devono risarcire prima ancora della prosecuzione del giudizio in sede civile per la determinazione dell’esatto ammontare dei danni). Degli imputati – ça allait sans dire – presente in aula solo qualche figura minore: né Colaninno, né Passera, né Olivetti, né Franco né Carlo De Benedetti. Quest’ultimo farà poi sapere di essere stato condannato per un fatto che non ha commesso. Motivazioni tra tre mesi: si ripartirà forse proprio da questa affermazione scontata ma non troppo…

Roberto Codebò