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La parola “Eternit”: i sensi diversi di un’unica tragedia silenziosa

Posted On 25 Gen 2016

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La signora Bruna Luigia Perello sale sul banco dei testimoni con il cortese aiuto di un poliziotto. E’ proprio il caso di dire “sale”, perché nell’aula magna del Liceo Gramsci di Ivrea giudice, cancelliere e testimoni stanno sopra il palcoscenico. Composta e degnissima nei suoi movimenti segnati dal dolore, la signora Perello porta da sola il peso del kit per la sommistrazione di ossigeno che la aiuta a respirare. Ne avrebbero bisogno anche i presenti, perché la narrazione toglie davvero il fiato….

“Avevo male a un polmone, sembrava pleurite…”. L’escalation delle diagnosi verso la più terribile e impietosa, la via crucis degli interventi chirurgici, il calvario delle terapie sono raccontati con voce sommessa, e non certo per via di debolezza o emozione. Le vittime di questa tragedia silenziosa – strano ma vero – non strillano mai.

Non siamo a Casale Monferrato, o meglio a Torino, dove tante volte la gente di Casale ha raccontato la propria tragedia legata all’amianto. La differenza, naturalmente, è profondissima. Là, si aveva a che fare con i produttori e commercializzatori – scusate la strana parola – dell’amianto. “Eternit”, dunque, era il nome della società incriminata. Qui ad Ivrea, in quest’ultimo ruolo sta naturalmente la Olivetti, e la parola “Eternit” indica il relativo materiale. Materiale di cui la Olivetti era ampia utilizzatrice; come la Pirelli – tanto per stare ai processi di questi tempi – e come tutti gli altri, dalla grande industria ai privati, che furono incantati da quel materiale robusto, leggero, economico e – come diceva il suo nome – estremamente durevole.

Venne poi il terribile rovescio di quella luccicante medaglia. Sapevano o non sapevano, i vertici aziendali…? Si vedrà, come lo si è visto o lo si sta vedendo negli altri processi di questo genere. Con echi e note del tutto particolari, per un’azienda nella quale, proprio negli anni in cui l’Eternit andava per la maggiore, le dottrine liberalsocialiste di Adriano Olivetti professavano la felicità dei lavoratori come scopo importante almeno quanto il profitto dell’imprenditore.

Un’epoca felice per Ivrea, punta di diamante negli anni del boom economico. Antiche note liete che traspaiono – in filigrana – dalla voce dei testimoni di oggi. Non solo della citata signora Perello, ma anche del signor Bovio Perassa che parla dopo di lei: la facilità nel trovare lavoro, la parabola ascendente del manovale che passa ad assemblare macchine per scrivere, belle mense aziendali e lunga pausa pranzo (negli anni Cinquanta/Sessanta…!!), tante nuove case e tanti nuovi stabilimenti, gli stessi che oggi spesso giacciono tristemente abbandonati. Venne poi il terribile rovescio di quella luccicante medaglia.

Roberto Codebò

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