Secondo commento alla medesima udienza. Ché le sottili questioni tecnico-processuali approfondite nel precedente pezzo non possono offuscare i mille e mille fatti venuti a galla questa mattina in aula 46. Donde per l’appunto la necessità di un ulteriore Fuori udienza; se con ciò riuscissimo ad annoiarvi, si creda che non s’è fatto apposta.
Parafrasando qualche barzelletta, ogni tanto si parla di “indagini a trecentosessantacinque gradi”, in onore di chi fa un po’ di confusione tra il goniometro e i mesi dell’anno. Ma questa volta l’espressione pare paradossalmente azzeccata, perché ad ancor più di trecentosessanta gradi sono sembrate le indagini svolte dal Gruppo Omicidi della Squadra Mobile, diretto dal dott. Mitola oggi in aula.
Le mille piste di questo difficile processo erano già ampiamente emerse nei mesi successivi: ferroviaria, universitaria, politica, finanziaria. Ma sino ad ora ogni tema era stato affrontato singolarmente, nelle sue amplissime linee; stavolta invece ecco tutto insieme, nello spasmodico sforzo di individuare un colpevole nel dedalo di indagini partite con mille indizi, ma nessun indiziato.
Spulciare i fascicoli delle cause in cui Musy era avvocato; rintracciare ogni persona che a qualsiasi titolo potesse avere risentimenti nei confronti della vittima (vista la dimensione politico-sociale di quest’ultima, lasciamo a voi la stima di quante potessero essere queste persone…); scaricare chilometri di tabulati telefonici per tracciare gli indiziati attraverso le singole celle GSM che coprono il territorio cittadino; indagare sui movimenti clandestini di armi da fuoco di calibro compatibile con l’attentato nell’arco di due anni prima dell’attentato stesso; addirittura esaminare – incredibile ma vero – l’elenco dei torinesi affetti da invalidità al braccio sinistro, visto che questa caratteristica sembrava trasparire dal modo in cui l’attentatore porta il famigerato pacco nell’immagine pubblicata su tutti i giornali.
Dieci mesi di appostamenti, intercettazioni, deduzioni, presentate con adamantina chiarezza da un dott. Mitola che per nulla ha accusato la fatica dell’enormità dei dati da ricordare e delle interruzioni dovute alle eccezioni processuali di cui leggete nell’altro nostro commento. Il tutto nel nome di un superiore senso dello stato, e alla faccia di mezzi che troppo spesso – nel nostro Paese – non sono quelli che si vorrebbero.
Che cosa potrebbe trasparire, da quest’enormità di dati oscillanti tra il rituale, il meticoloso, l’approfondito e – in senso buono – il fantasioso…? Come al solito, siamo a parlare del pagliaio dal quale si tenta di estrarre l’ago fatale. Francamente, con un senso di conforto: a fronte di un simile meticoloso e prolungato sforzo, l’errore giudiziario ci appare se non altro meno improbabile.
Roberto Codebò