
La base di Camp Arena a Herat, sede del Regional Command West dell’ISAF (l’International Security Assistance Force), è il cuore pulsante della missione italiana in Afghanistan. L’attività dei militari prosegue senza sosta, “24H”, come si dice in gergo, ovvero “24 ore su 24”, e da qui coordina il contingente multinazionale dispiegato nella regione Ovest del paese: quattro province – Herat, Badghis, Ghowr e Farah – che occupano un’area grande quanto l’intero nord Italia. E’ in questo territorio che dal 20 aprile scorso operano gli alpini della brigata Taurinense, guidata dal Generale Claudio Berto.
Generale, qual è la situazione e quali sono le particolarità di quest’area?
Differisce in modo sostanziale nelle quattro province, nel senso che a Nord – in quella di Badghis, dove si trova Bala Murghab – il terreno è molto più compartimentato e alcune località sono difficilmente raggiungibili. Pensate che la stessa Bala Murghab viene rifornita principalmente via aerea. Al Centro questi problemi non ci sono: qui scorre la Highway One, la cosiddetta Ring Road, l’arteria principale attraverso cui avvengono i traffici. Devo dire anche che lungo l’Hari Rud, che è il fiume principale della regione, è presente un po’ di vegetazione che rende possibile coltivazioni di frumento, alberi da frutta, angurie, meloni e anche l’uva. La parte della provincia di Gohwr, invece, è di nuovo montagnosa e ugualmente come la parte nord di Badghis, non è facilmente percorribile. La parte Sud è quella desertica, dove sicuramente non ci sono grossi problemi sulla mobilità dei veicoli, ma comunque in un certo qual modo è anche quella un po’ più pericolosa perchè attualmente c’è una maggiore consistenza del movimento insorgente dei talebani.
Rispetto alla sua prima esperienza nel 2003 come si è evoluta la situazione e la presenza di ISAF all’interno del paese?
Se mi guardo attorno, se guardo la città di Herat, devo dire che le cose sono migliorate sostanzialmente. Herat è tutto sommato una bella città, con una sua vita, con un suo mercato, uomini d’affari… Si può dire che è una città mediorientale come tante altre. Questo non vale però per i centri più lontani, nei villaggi più piccoli e più difficilmente raggiungibili la vita è ancora per noi difficile da concepire e da vivere nella maniera afghana. Dal 2003 a oggi sostanzialmente è cambiata la minaccia: nel 2003 era appena finita la guerra, l’Alleanza del Nord era tornata padrona dell’Afghanistan e non era molto sviluppata la minaccia IED (Improvised Explosive Device, ordigni esplosivi confezionati artigianalmente, n.d.r.) e invece adesso la minaccia IED è diventata la minaccia principale. Difatti tutti i nostri equipaggiamenti, tutti i nostri mezzi si sono modificati nel tempo. Basta dire che nel 2003 viaggiavamo sui veicoli leggeri, praticamente senza protezione, e adesso invece non è neanche concepibile un movimento di questo genere.
Sabato scorso vicino a Shindand è stato ritrovato un ordigno artigianale proprio segnalato da alcuni bambini che giocavano sul ciglio della strada. Quanto è importante la collaborazione con la popolazione nella lotta agli IED?
Sicuramente, per come sono fatti, gli IED sono degli strumenti di morte che non colpiscono nessuno in particolare, ma colpiscono tutti. La collaborazione con la popolazione è fondamentale. Tutto ruota attorno a questo perno. Noi siamo qui per proteggere la popolazione. E la popolazione quando si sente ben protetta collabora con le forze della coalizione, con noi, per segnalarci i pericoli che ci sono in giro. È una corrispondenza biunivoca in un certo senso. Se non ci fosse saremmo assimilabili – ma non lo siamo – a delle forze di occupazione. Esiste questo rapporto che, come lei può testimoniare, è un rapporto concreto, fatto di cose reali.
Dopo quasi 60 giorni, e quindi a un terzo della vostra missione, quali sono i principali risultati che ritiene di aver raggiunto?
Rispetto a quello che ci proponevamo stiamo camminando nella giusta direzione. Siamo riusciti, a Bala Murghab in particolare, a creare le condizioni perché la popolazione che non viveva più nei villaggi originari sia tornata indietro, abbia chiesto il nostro aiuto, si senta sicura e protetta e sia tornata a lavorare. Questo è un primo passo avanti perché ovviamente a seguito della risoluzione del problema della sicurezza ci sarà anche una soluzione del problema dello sviluppo, per cui dovremo intervenire in modo sempre più massiccio. Già tanti passi li abbiamo fatti, però è chiaro che le difficoltà del territorio fanno sì che questi passi siano lenti rispetto alla tabella di marcia che ci eravamo prefissati.
Nelle altre province, con grossa soddisfazione, posso dire che gli altri reparti stanno continuando ad assicurare una certa libertà di movimento su tutte le arterie principali, soprattutto sulla Highway One, appunto. Finché riusciamo a fare questo significa che la gente normale, i traffici e il mercato normale continua a sopravvivere, ci sono possibilità di lavoro e la vita ritorna. È tutto collegato in un certo senso.
Qual è il ruolo del soldato oggi?
La figura del soldato è cambiata, anche questa, in modo profondo. Oserei dire radicale. I soldati di oggi non devono più essere visti come persone “intruppate”, ma bisogna parlare di loro come “caporali” o, come diciamo noi, “soldati strategici”. Perché i dispositivi sul terreno, le forze sul terreno, sono estremamente frammentate. Le pattuglie sono dei piccoli nuclei che si muovono da soli. Spesso alcuni dei nostri ragazzi si trovano a dover operare venendo in contatto con il sindaco di un paese, con il capo della Polizia di un altro paese e da qui deriva l’importanza che hanno come persona, come rappresentanti della nazione e della coalizione in tutte le decisioni che prendono. Ripeto, in un’area così grande quasi mai il comandante di reggimento, il comandante della brigata è presente dappertutto. Invece lo sono sicuramente i nostri ragazzi. E sono loro che determinano la bontà del risultato della nostra missione.
E l’alpino come interpreta questo ruolo?
L’alpino ha una particolare vocazione nell’autonomia. È una vocazione che deriva dalla nostra lunghissima storia. Siamo stati presenti dappertutto, dall’Africa fino alla Russia. Noi abbiamo questa capacità di fare sia i soldati, che di essere vicini alla popolazione, di capirne il sentimento, le ansie, le paure, di supportarli quando è necessario, insomma. Credo che questo sia il ruolo esatto per gli alpini moderni.
Da Camp Arena, Herat, Fabio Lepore
Fotografie di Valentina Bosio



