
Abbiamo conversato con Giorgio Battistelli, direttore di MITO-Settembre Musica a proposito della nuova edizione del festival e
Battistelli, la nuova edizione di MITO – Settembre Musica ha come titolo Rivoluzioni. Perchè questa scelta?
Perché oggi, in questo momento storico e sociale, credo che ci sia bisogno di attuare delle rivoluzioni. C’è bisogno di smuovere una situazione che si è congestionata, anestetizzata e paralizzata. Il problema dell’Italia è particolarmente forte, perché poi noi ci dobbiamo confrontare anche con le varie istituzioni, fondazioni liriche, società dei concerti: insomma abbiamo una situazione in cui si guarda molto all’indietro e in cui non si riesce a guardare in avanti. E allora c’è bisogno di una rivoluzione, di dare un senso anche di non accettazione e di una reazione.
Il festival avrà quattro declinazioni, in particolare c’è una sezione che si chiama Ascoltare con gli Occhi: una scelta importante…
Sì, Ascoltare con gli Occhi è un concetto non particolarmente nuovo, ma è un concetto ancora molto vivo nella musica. Negli ultimi 50 anni sono stati tanti i tentativi di avvicinamento della dimensione performativa alla musica, e quindi mi riferisco anche alla action music, ad una forma di teatro musicale che si allontana dalla forma classica del melodrama. Alcuni compositori hanno scritto, pensato proprio in questa direzione: mettere in connessione l’aspetto visivo, visuale, immaginativo, generatore di immagini, di visioni e la scrittura musicale. Se penso ad alcuni compositori storici, penso a Torneggi Scarpi, penso a Maurizio Cagliel, in Italia a Silvano Bussotti, e anche alcuni primi lavori di Luciano Veglio hanno questa idea. Ad esempio, i primissimi lavori di Donatoni, sono lavori che nascono come concetti musicali, ma hanno poi delle connessioni anche con una dimensione extra musicale.

Una tendenza anche molto contemporanea.
Oggi si è sviluppata ulteriormente questa tendenza e quindi sono emersi alcune scritture che, già per la loro natura, il loro tipo di orchestrazione, la scelta dell’organico strumentale, la scelta della forma musicale, cercano di sollecitare questa dimensione di relazione stretta tra ciò che si ascolta e ciò che si vede.
Il Festival, come sappiamo, si estende tra Milano e Torino. Quali sono state le maggiori criticità che avete trovato nel cercare una proposta unitaria tra le due città?
Ho sempre sostenuto che il MiTo è una delle più interessanti manifestazioni nel mondo musicale italiano, con una potenzialità anche di attenzione europea e internazionale. E quindi, mettere insieme due realtà apparentemente vicine, che hanno una relazione come Torino e Milano, è un’operazione non soltanto artistica, ma è un’operazione fondamentalmente politica. E’ molto bella questa idea di avere due città, due amministrazioni, due realtà diverse, che si uniscono per creare un Festival. Quello che ho cercato di fare nei due anni della mia direzione è quello di dare un senso di continuità e di progettualità nelle due città. Questo credo che sia l’aspetto forse più interessante: non è semplicemente un accordo pratico tra le due città di distribuire i concetti ma è un accordo di creatività e di creazione.
Uno degli aspetti di cui, nell’ambito della cultura, si parla spesso, è il cercare l’interesse delle giovani generazioni. Parlando di giovani, nel programma di quest’anno sono presenti diversi concerti che sono stati affidati agli studenti dei conservatori, sia di Milano che di Torino, quindi possiamo dire che i giovani sono un vostro target di riferimento?
Sì, non soltanto per Torino. Ho cercato di rendere MiTo un festival formativo, ovvero mette al fianco dei professionisti, dei giovani musicisti che stanno ultimando la fase di formazione. Per loro è un momento importante, è un momento non soltanto di gratificazione, ma che conclude in maniera premiata, un percorso di formazione. Questo è un aspetto che dovrebbero avere tutte le istituzioni italiane, sia dalle fondazioni liriche, le semplici società dei concerti, fino ai festival.

Quindi, secondo lei, si può fare di più?
Beh, il di più sarebbe inserirla nella scuola, ma visto che la scuola rispetto alla musica ha delle carenze, allora se ne dovrebbero fare carico anche le istituzioni concertistiche. Poi, se la scuola riuscirà ad inserirla in maniera organica, lo dentro le scuole, ma parlo anche di scuole superiori, iniziando dalle scuole elementari, allora si arriverà ad una formazione sul modello anglosassone: più organica e dove c’è una maggiore integrazione tra il mondo della formazione e il mondo professionale.
In ultimo le chiedo perché invita il pubblico a seguire questo festival, sia a Torino che a Milano.
Invito il pubblico perché è un invito ad ampliare il proprio perimetro di ascolto, non chiudersi nelle certezze. La rivoluzione è anche in questo senso di rompere gli schemi del perimetro. Tracciare un perimetro è sempre apparentemente rassicurante, perché noi riconosciamo le cose che stanno dentro il perimetro, invece rompere un perimetro significa accettare ciò che viene dall’esterno, ma anche portare le cose dall’interno verso l’esterno. La realtà musicale di Torino è particolarmente interessante anche a livello nazionale, perché è stato fatto un lavoro di ramificazione sulla città e anche sul territorio, che è molto rara, è molto forte ed è qualcosa che (11:30) sicuramente in futuro darà dei frutti importanti.
Quindi, un festival per la città di Torino…
Si, è il festival della città: è una grande area, un’area aperta per una città della musica aperta, dove tu puoi trovare tante espressioni della musica che appartengono al nostro presente. Il nostro presente non è bidimensionale, un prima e un dopo, ma è verticale, ci sono tante cose contemporaneamente e con questa polifonia di voci noi dobbiamo imparare a convivere.