Morte in funivia, tra nobili acque e cause remote


Costeggiando verso nord la sponda piemontese del Lago Maggiore, superato il maestoso lungolago di Stresa, si piega verso sinistra in corrispondenza dell’imbocco dello “sperone” del lago che porta verso Feriolo e lo sbocco del Toce. E’ la frazione di Carciano, tra il centro di Stresa e Baveno. Proprio lì sorge la stazione a valle della funivia del Mottarone, appoggiata su una sporgenza della costa e girata verso l’interno del piccolo golfo che ne deriva. Lì sotto, il pontile per le barche in transito, qualche azienda che usa le barche invece dei camion come a Venezia, un caratteristico distributore di benzina per barche con pontile galleggiante e chiosco abbarbicato in alto.

Tutt’ad un tratto, con cadenza regolare, la cabina della funivia esce dalla sua stazione e sorvola operai, marinai, benzinai: i quali si distraggono dall’onda sempre un po’ fastidiosa creata dal traffico da e per le prospicienti Isole Borromee, che agita sistematicamente le barche ormeggiate alle boe, e alzano gli occhi al cielo. La cabina sorvola quel tratto di lago prima di intraprendere la salita per le pendici del Mottarone, e in quel momento sembra spiegare perché il bar ubicato all’interno della stazione di partenza si chiami «L’idrovolante». Sembra infatti che la cabina si sia davvero librata in aria dalle superfici del lago, ogni volta ricreando l’incanto di un matrimonio tra acqua e cielo che non a caso tanta parte ha avuto nei primi capitoli della storia dell’aviazione. Difficile, oggi, trasfondere tutto questo in un’immagine di tragedia e di morte.

Sembra davvero che la pandemia, dopo aver stravolto le nostre vite, concerti ora con altri lugubri destini. Proprio l’allentarsi delle misure anticovid aveva permesso, alcune settimane fa, la riapertura della funivia; e chi credeva di festeggiare – con prudenza – il ritorno a un po’ di libertà si trova ora a pagare lo spaventoso prezzo di imprudenze altrui. Costruita nel 1970, la funivia Stresa-Mottarone era stata ristrutturata tra il 2014 e il 2016; non sembrerebbe dunque trattarsi di una situazione di trascuratezza e di abbandono; ma, se davvero – come pare – si è trattato del cedimento di una fune, l’imprudenza altrui ci deve essere stata per forza.

Sarà bene ricordare che gli impianti a fune per trasporto di persone – genus del quale fa parte la species delle funivie – sono soggetti a norme assai stringenti che ne governano realizzazione, installazione, manuntezione. Dopo anni di vigenza della storica Direttiva 2000/9/CE, è ora in vigore il regolamento 2016/424, che non era dunque ancora stato emanato al momento della già ricordata ristrutturazione della funivia del Mottarone (avvenuta, come detto, tra il 2014 e il 2016). Si tratta dell’annoso problema dell’adeguamento degli impianti preesistenti alle normative entrate in vigore successivamente. Certo è che nel 1970, quando la funivia venne realizzata, normative e criteri costruttivi erano completamente diversi, in un immaginario collettivo segnato da scene come quella (peraltro irreale) di “Dove osano le aquile”, in cui Richard Burton spicca un balzo dall’una all’altra cabina nel momento in cui esse si incrociano…

Non è certo ora il momento di dibattere le cause di un simile incidente, prima che esse siano state accertate nei tempi e nei modi dovuti. Nel frattempo, mentre scriviamo, apprendiamo del decesso di uno dei bambini ancora ricoverati a Torino; e tornano alla mente le immagini dell’incidente del 13 febbraio 1983, quando a Champoluc precipitarono tre cabine dell’ovovia del Crest. Quella stessa domenica, sessantaquattro persone morivano nell’incendio del cinema Statuto, vicenda che ovviamente prevalse in sede mediatica relegando in secondo piano le undici vittime di quella tragedia delle nevi.

Questa volta niente nevi sotto la funivia, ma le nobili acque del Verbano. La tragedia in realtà è avvenuta molto più su, nei pressi della stazione a monte. Soccorsi difficili, ma forse anche meno danni collaterali vista l’assenza di persone nel punto di caduta. In un modo o nell’altro, tra le vittime tanti bambini: sono sempre loro che vogliono andare sulla funivia. Ci piace pensarli divertiti in quell’ultimo loro istante, come sempre si divertono i bimbi, il nasino appiccicato al vetro, quando in funivia sembra davvero di volare.

Roberto Codebò