Musy: quando tra vita e morte non è più scontro frontale

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Logo-Fuori-Udienza3-300x131 Musy: quando tra vita e morte non è più scontro frontaleSpesso, un arco di tempo di 48/72 ore è decisivo affinché i medici possano valutare le conseguenze sul paziente dell’evento di cui è stato vittima. Per Alberto Musy, nulla di tutto ciò: scoccate stamattina le quarantotto ore dall’agguato, i medici hanno reso noto che neppure dopo altre ventiquattro se ne saprà di più. Perché un simile quadro clinico – ha spiegato il dott. Illengo, primario di neurorianimazione – postula un arco cronologico assai più lungo: nello specifico, almeno una settimana a partire da oggi.

Da oggi, sulla monotona melodia del coma farmacologico suoneranno soltanto le note dei quotidiani comunicati stampa: scarni verosimilmente come quello di oggi, e per l’appunto non più accompagnati dalle dichiarazioni verbali della équipe medica. Che prosegue nella stabilizzazione cardiorespiratoria del paziente rinunciando per ora a investigarne più profondamente il profilo neurologico, come già ieri confermato “stabile nella propria gravità”. 

Dunque, il tradizionale termine di quarantotto/settantadue ore, se stavolta non significa niente dal punto di vista medico, finisce per significare molto dal punto di vista giornalistico. Perché, superato il clamore iniziale della notizia, di qui in poi si attenua il ritmo degli aggiornamenti e ci si comincia a porre, in sede di commento, domande un po’ diverse: non più se Alberto Musy possa sopravvivere, bensì piuttosto come.

Tragicamente, quando vi sono di mezzo lesioni cerebrali, la domanda si presta a ogni possibile spaventosa risposta. Cosicché l’eterna battaglia tra la vita e la morte perde i contorni del tradizionale dualismo, e si sfuma su ciascun fronte attraverso una rosa di possibili soluzioni, che agli estremi finiscono per accavallarsi tra di loro smentendo talvolta il più antico luogo comune secondo cui vivere è più bello che morire.

Vivo e vegeto; vivo ma incapace di intendere e di volere; vivo ma paralizzato; vivo ma affetto da cronica menomazione psicomotoria; tenuto in vita dalle macchine; colpito da morte cerebrale; deceduto per arresto cardiaco. Chiediamo scusa ai lettori per tale spaventosa anafora di disgrazie che mai si vorrebbero commentare; ma si tratta soltanto di alcune delle mille e mille opzioni intermedie – per così dire – tra la vita e la morte, nelle quali le due estreme rivali finiscono inevitabilmente per confondersi tra loro.

Il dott. Illengo, sempre molto attento a evitare espressioni forti, ha espresso il concetto di cui sopra attraverso un riferimento a “tutti i possibili esiti”, dal più tragico al migliore. Al momento, la vera speranza è che l’estrema cautela dei medici – che essi stessi hanno pregato di non scambiare per reticenza – serva a gestire un graduale miglioramento del paziente evitando di vederlo quotidianamente cannibalizzato dai media attraverso etichettatture approssimative e frettolose (un po’ come accaduto finora – lo commentavamo ieri – per la storia del pericolo  di vita).

A tale scopo, l’équipe si è concessa una settimana di tempo; al termine della quale saremo probabilmente di nuovo chiamati a commentare l’alternativa tra esiti migliori e esiti peggiori. Nella sincera speranza di poter agevolmente distinguere gli uni dagli altri.

Roberto Codebò