“Non è vero ma ci credo”: intervista a Enzo Decaro in scena al Teatro Gioiello dal 21 al 23 marzo

enzo decaro teatro

Dal 21 al 23 marzo Enzo Decaro sarà in scena al Teatro Gioiello con lo spettacolo Non è vero ma ci credo di Peppino De Filippo con la regia di Leo Muscato. Uno spettacolo che ha fatto la storia del teatro italiano e che porta in scena un tema molto attuale come la superstizione: ne abbiamo parlato con il protagonista Enzo Decaro.

Non è vero ma ci credo è un testo di Peppino De Filippo del 1942. Com’è nata l’idea di riportarlo a teatro?

In realtà, la paternità è proprio dell’ultimo dei De Filippo, Luigi De Filippo, che qualche anno fa non potendo o non avendo più la possibilità, per motivi di salute, di recitare voleva tanto che suo padre Peppino tornasse a essere rappresentato in teatro cosa che non succedeva più. E quindi abbiamo cominciato insieme a lavorare all’idea di riportare Peppino in teatro e si è scelto questo che è, dal punto di vista drammaturgico, il capolavoro di Peppino autore, un condensato di ingegneria proprio teatrale, comica, umana. Ed ecco che è nato questo progetto, proprio con la sua compagnia.

In questo senso, quanto è stato importante il regista Leo Muscato?

Importante. L’ossatura, il tessuto narrativo è stata mantenuto, ma un pochino riadattato. Infatti, non sono tre atti, bensì è un atto unico e neanche due come nel riadattamento di Luigi De Filippo. E poi rispettando questo piccolo vezzo, sia quando Luigi l’ha messo in scena dopo suo padre Peppino, tutti e due l’hanno sempre un po’ retrodatato di qualche decennio rispetto al periodo in cui lo rappresentavano e di conseguenza si è deciso, nella nostra versione, di collocarlo negli anni ’80, che sono degli anni, non solo teatralmente, speciali per la città di Napoli. Quindi tutta la vicenda si svolge in quegli anni ’80, dove convivevano tante culture nella stessa città.

Come abbiamo detto il testo ha visto varie versioni sia di Peppino che di Luigi De Filippo. Lei ha preso ispirazione dalle loro interpretazioni o ha cercato una sua chiave?

La scrittura del testo è talmente un congegno perfetto che bisogna soltanto cercare di interferire quanto meno possibile sull’idea originaria. E poi è sempre il testo a dare il ritmo allo spettacolo. E’ chiaro che dall’interazione con i personaggi ognuno ci porta dentro il suo modo di essere o di fare teatro anche rispetto a dei inarrivabili modelli.

Il testo è del 1942 però presenta diversi spunti di attualità.

Intanto anche se è datato nel 1942 e firmato solo da Peppino, in realtà questo testo come anche tanti altri testi anche di Eduardo, nascono nel periodo del Teatro Umoristico dei De Filippo, cioè quando Titina, Peppino ed Eduardo hanno voltato le spalle alla sicurezza teatrale della commedia della farsa del loro padre Scarpetta e hanno deciso di sperimentare qualcosa di diverso insieme, pur non sapendo esattamente che cos’era. E in quel periodo nascono tutti i grandi capolavori, compreso questo.

Il centro dello spettacolo è la superstizione, ancora molto presente nel mondo di oggi.

Rispetto all’attualità del testo, è evidente che ogni epoca ha le sue superstizioni. Il nostro tempo ha delle superstizioni un pochino forse più più subdole rispetto al cornetto o al ferro di cavallo. Noi abbiamo a che fare con l’intelligenza artificiale o con le fake news, quelle sono le vere superstizioni da cui guardarsi oggi, cioè vigilare quando la menzogna si mischia con la verità. Quindi credo che sia un compito di ognuno di noi di vigilare e continuare a cercare di dirimere la credenza dalla verità che sono due cose molto importanti, tutte e due, ma che non andrebbero mischiate.

Come abbiamo detto, il testo ha superato gli ottanta anni. Avete operato anche delle modifiche nei meccanismi comici?

Le modifiche vengono più in scena, in teatro, con con la ripetitività e con qualche intervento che avviene spontaneamente, ma il meccanismo teatrale e comico della vicenda è talmente perfetto che l’unica cosa che si può rischiare è di rovinarlo quindi meglio lasciarlo esattamente così come è stato.

Infine, perchè il pubblico torinese dovrebbe venire a seguire il vostro spettacolo?

E’ una commedia estremamente divertente e concepita proprio per far ridere ma alla fine lascia comunque sempre qualcosa d’insegnamento, com’era la commedia quando è nata. In questo caso ci può insegnare, con leggerezza, di fare attenzione a qualunque tipo di estremismo emotivo come in questo caso l’ossessione del nostro protagonista. Poi questo spettacolo è anche l’occasione di far vivere ancora il Teatro dei De Filippo, che è un teatro napoletano ma anche italiano ed europeo.