Omicidio Musy: riflessioni e ricordi nel quadro d’una visita casuale

Posted On 25 Gen 2017

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Costigliole d’Asti, 24 gennaio

Avrebbe compiuto cinquant’anni lo scorso novembre, il prof. Alberto Maria Musy. Lo scorso 22 ottobre è caduto il terzo anniversario della sua scomparsa, il prossimo marzo cadrà il quinto dell’agguato che gli fu fatale. Nessuna ricorrenza, dunque, in questi giorni. Se si volesse a tutti i costi appiccicare qualche etichetta a questa visita casuale al cimitero di Costigliole d’Asti, dove Musy riposa, si potrebbe ricordare che tra quattro giorni saranno due anni esatti dalla sentenza di primo grado (ergastolo per Francesco Furchì, poi confermato in appello).

Ma non è questo il punto, giacché di visita casuale per l’appunto si tratta, più che mai adatta a riflessioni e ricordi ormai sganciati dal vivo delle cronache, sul cui libro molte molte altre pagine sono ormai state scritte da queste parti, sull’onda dell’omicidio di Elena Ceste (per il quale si è appena aperto a Torino il processo di appello).

Ferme ormai le bocce del commento ad ogni costo, la vicenda di Alberto Musy torna ora alla mente con le sue autentiche tinte inquietanti. La vita di un celebre avvocato, docente e uomo politico stroncata da una vendetta a tutt’oggi ancora molto misteriosa. Diciotto mesi di un’agonia senza speranze, che la famiglia volle silenziosa e discreta come era stata la vita di lui. Un funerale nel Santuario della Consolata nel quale le autorità cittadine si mescolavano senza soluzione di continuità a colleghi e compagni di università. Un processo per tentato omicidio che si convertì così in processo per omicidio consumato, con conseguente passaggio dal tribunale alla corte d’assise e tutta una serie di problemi tecnico-processuali (prove agli atti, prove confermate, prove ripetute e chi più ne ha più ne metta).

Molti colpevolisti e pochi innocentisti, in un processo indiziario conclusosi in due gradi con il massimo della pena. “Un uomo ha preso l’ergastolo”, disse la vedova di Musy, Angelica, circondata dai giornalisti subito dopo il verdetto d’appello. Lei che in quelle aule mai avrebbe voluto parlare né tantomeno apparire, antepose il rispetto per la persona umana a un più o meno vago senso di trionfo della giustizia. Lei che mai portò né mai avrebbe portato in aula le quattro figlie, in un’aula spesso punteggiata dal vario incrocio di molteplici figure femminili: vedova della vittima, sorella della vittima, sorella dell’imputato, avvocatesse dell’imputato. Così, Isabella, Maria Luisa, Bianca e Eleonora rimasero giustamente protette nel dolore del quale, per tutta la città, erano diventate simbolo.

Solo due o tre auto, davanti al cimitero di Costigliole. In un giorno qualsiasi della settimana di un paesino, la pietà dei defunti sa dela più grande quiete. In una tomba di mattoni rossi, solo tre grossi mazzi di fiori. Nessuna corona, nessuna dedica. Tra “Alberto” e “Musy” la “emme” che sta per Maria. E che sembra stare anche per “mistero”: se non del chi, mistero sempre e comunque del perché.

Roberto Codebò

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