
Dovendo scegliere in quale giorno pubblicare il presente articolo, sapevamo di poter contare su due possibilità. La fine della Seconda Guerra Mondiale si celebra infatti l’8 maggio nell’Europa Occidentale, e il giorno successivo in Russia. Caso quantomai bizzarro, che non è certo dovuto a ragioni di fuso orario (come invece il fatto che che l’attacco a Pearl Harbour abbia avuto luogo il 7 dicembre per gli americani e l”8 dicembre per i giapponesi). Nel caso della resa tedesca siamo è infatti di fronte non a un medesimo evento “misurato” su fusi orari diversi, bensì a due eventi che più distinti di così non potevano essere.
Abbiamo più volte avuto occasione di notare che le date che segnano l’inizio o la fine di un conflitto, di un regime e quant’altro sono spesso poco più che simboliche. All’alba dell’8 maggio 1945, la Germania era già militarmente annientata da un pezzo: il 26 aprile, angloamericani e sovietici si erano incontrati a Torgau, sull’Elba; il 30 aprile, Adolf Hitler si era suicidato; il 2 maggio, era stata issata la bandiera sovietica sul palazzo del Reichstag. Per contro, il territorio tedesco – come sempre accade – non era stato liberato “a tappeto”. Sin dallo sbarco in Normandia l’avanzata alleata aveva dovuto lasciar da parte vaste lande (le basi degli U-Boot di Lorient e Saint-Nazaire consegnarono le armi solo al termine del conflitto). In Germania, la gigantesca tenaglia alleata aveva lasciato fuori la Germania Settentrionale: a Flensburg, sul confine con la Danimarca, si era insediato un governo provvisorio sotto la presidenza dell’ammiraglio Karl Dönitz (secondo le previsioni del testamento politico del Führer), che chiedeva di essere riconosciuto dalle Potenze ormai vincitrici. Ma – prima di venire a delicati tecnicismi di diritto internazionale – la questione pratica, per i tedeschi, era tutta un’altra.
Dobbiamo a questo punto notare che la Seconda Guerra Mondiale in Europa è vista come un fenomeno unitario dal punto di vista della pur difficile alleanza tra britannici, americani e sovietici. Completamente diverso, invece, il punto di vista tedesco. La guerra sul fronte occidentale era un conflitto tra parenti neanche troppo lontani: il cappello a punta della festa di Halloween è il copricapo che le popolane tedesche portarono con sé lasciando la Germania tra il Cinquecento e il Seicento alla volta del Nuovo Mondo. Quanto ai rapporti con il Regno Unito, basterà ricordare che il primo inquilino di Buckingham Palace è diretto discendente dei principi elettori di Hannover. Ferme restando le crudeltà di ogni conflitto, una simile guerra era in linea di massima combattuta nell’osservanza delle regole del diritto internazionale, coronata dal reciproco rispetto per i prigionieri di guerra. Tutt’al contrario, sul fronte orientale infuriava un conflitto selvaggio inasprito dall’odio interetnico (tedeschi contro slavi) nonché dalla fortissima contrapposizione ideologica (nazifascisti contro comunisti). Prigionieri sovietici trattati come bestie, donne tedesche stuprate in massa e selvagge istigazioni al reciproco annientamento.
In un simile scenario, è normale che i tedeschi concepissero in maniere molto lontane tra loro una resa agli angloamericani e una resa ai sovietici. La prima era – se si perdona il termine – una resa come tutte le altre; la seconda equivaleva invece a consegnarsi alla più efferata vendetta contro le atrocità commesse dai nazisti durante la prima parte della guerra (atrocità già restituite in gran parte, come visto, con gli stupri di massa nei territori tedeschi progressivamente invasi). La teoria nazista della razza si mise al servizio di un delirante escamotage: stipulare una sorta di alleanza con i “cugini” occidentali per continuare insieme il conflitto contro gli Untermenschen (“esseri inferiori”) comunisti.
Va sinceramente detto che una simile teoria, astrattamente considerata, poteva anche garbare a qualcuno. E’ noto che, alle porte del conflitto, buona parte dell’opinione pubblica britannica avesse paura più di Stalin, che di Hitler; e le teorie della razza di cui sopra – spiace dirlo – trovavano adepti anche a ovest della Germania. In quel maggio del 1945, un simile progetto appariva ovviamente surreale; nondimeno, il 7 maggio 1945, a Reims, i tedeschi riuscirono comunque a firmare la resa nelle mani dei soli angloamericani, che entrò però in vigore il giorno 8, considerato pertanto anniversario “occidentale” della vittoria sulla Germania.
“Tra i due litiganti, il terzo gode”, recita un antico proverbio. Fossero le ragioni di cui sopra o altre rivalità politico-militari, di sicuro a molti Alleati occidentali non dispiacque un simile dispetto a Stalin. Il quale, da parte sua, appena lo seppe andò su tutte le furie e pretese che la cerimonia di resa fosse reiterata la sera dell’8 maggio, a Berlino, stavolta naturalmente con la solenne partecipazione sovietica nella persona del maresciallo Georgy Zhukov. Anche in questo caso, la resa entrava in vigore il giorno successivo: da allora, il День Победы (Den’ Pobedy = giorno della vittoria ) del 9 maggio è ricorrenza talmente sentita dai russi, che in questi giorni Vladimir Putin ha proclamato una tregua unilaterale di tre giorni nella guerra con l’Ucraina per poter stupire il mondo con la solenne sfilata sulla Piazza Rossa.
A questo punto, conviene tornare sulle delicate questioni di diritto internazionale cui accennavamo poco fa. Affinché lo stesso Paese si arrenda due volte contro lo stesso nemico (quantunque “multiforme”), occorre infatti una circostanza particolare del diritto bellico. Abbiamo già ricordato che l’ammiraglio Karl Dönitz diede vita in quel di Flensburg a un effimero governo tedesco post Hitler; orbene, tale governo non venne riconosciuto dalle potenze vincitrici, le quali applicarono l’istituto giusinternazionalistico della debellatio considerando la Germania alla stregua di Paese annientato nelle sue istituzioni politiche e nel suo apparato amministrativo (anche se questo secondo aspetto sarà presto sconfessato). Per l’effetto, le rese di Reims e Berlino furono atti militari ma non politici, e la Germania – diversamente dall’Italia – non fu presente neppure come potenza sconfitta alla Conferenza di Parigi del 1947. Tutto molto diverso dalla capitolazione firmata dai plenipotenziari giapponesi il 2 settembre 1945 a bordo della corazzata Missouri. Mentre il sistema hitleriano andava spazzato via, l’imperatore nipponico rappresentava un elemento di stabilità molto utile agli americani.
Abbiamo ricordato più volte che le date iniziali e finali di un regime o di un conflitto sono quasi sempre poco più che simboliche. Se la Germania era in ginocchio da un pezzo, ostinate sacche di resistenza permanevano qua e là in territorio tedesco. Per averne ragione, fu necessario giungere per lo meno alla fine di maggio. I grandi incendi sulla linea del tempo non si estinguono mai di colpo con un tratto di penna, sia esso ventiquattro ore prima o ventiquattro ore dopo.
Roberto Codebò