Piazza San Carlo, Heysel, Forno delle Grucce: le terribili e immutabili dinamiche della folla

Posted On 06 Giu 2017

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«Già era di nuovo finita la fiamma; […] quando si sparse la voce, che, al Cordusio (una piazzetta o un crocicchio non molto distante di lì), s’era messo l’assedio a un forno. Spesso, in simili circostanze, l’annunzio d’una cosa la fa essere. Insieme con quella voce, si diffuse nella moltitudine una voglia di correr là: – io vo; tu, vai? vengo; andiamo, – si sentiva per tutto: la calca si rompe, e diventa una processione. Renzo rimaneva indietro, [poi] prevalse di nuovo la curiosità. Però risolvette di non cacciarsi nel fitto della mischia, a farsi ammaccar l’ossa, o a risicar qualcosa di peggio».

Nel capitolo XII de “I Promessi Sposi”, l’inimitabile prosa manzoniana descrive ed analizza le dinamiche della folla. Folla che in mezzo alle vicissitudini di Renzo e Lucia si ritaglia un spazio tutto per sé, divenendo autentico protagonista collettivo, spersonalizzato, ma dotato d’un proprio carattere e, soprattutto, di proprie regole.

Regole che, tristemente, non paiono mutate, quasi duecento anni dopo la redazione del capolavoro manzoniano e quasi cinquecento dopo i fatti cui esso (fittiziamente) si riferisce. Perché la folla non ha testa ma ha gambe: le duemila gambe dei suoi mille componenti, pronte a impazzire nella stessa direzione non appena qualcosa o qualcuno – come ben ha detto il collega Imarisio del Corriere della Sera – getta un fiammifero in un secchio pieno di benzina, facendo perdere a tutti la testa – e purtroppo molto spesso – anche le scarpe, che alla malcapitata fuga sarebbero così utili.

Sabato sera, quel secchio era riempito non soltanto dalla passione sportiva, ma anche della psicosi terrorismo. Frustrata la passione dal terzo gol del Real Madrid, la psicosi poteva avere miglior gioco. “Spesso, in simili circostanze, l’annunzio di una cosa la fa essere”: genio d’un Lisander! (1) Così, più che mai è bastato che un imbecille gridasse “Bomba, bomba!” per slatentizzare in chiave compulsiva i malcelati propositi di abbandonare la piazza. Propositi che non ci sarebbero mai stati, a fronte di una tripletta di Higuain o di un paio di calci punizione capolavoro di Dybala.

Qualche volta, però, non è neppure necessario che la partita cominci. Trentadue anni e cinque giorni prima, le folle juventine erano assiepate nel settore Z dello Stadio Heysel di Bruxelles. Nel 1985 il terrorismo nazionale non era più in voga, quello internazionale non lo era ancora. Ma in quel caso gli si sostituì il terrore: terrore di migliaia di hooligans ubriachi che sfondano le recinzioni tra settore e settore della curva (versione antica e fragile di quelle recemente rimosse, dopo mille polemiche, dall’Olimpico di Roma), sparano petardi ad altezza d’uomo e schiacciano il popolo bianconero contro un tragico muretto, che cede proprio come la ringhiera di piazza San Carlo mentre i poliziotti belgi non lasciano scappare la gente verso il terreno di gioco, temendo un’invasione di campo (qui ci tocca purtroppo ricordare che i francesi raccontano le barzellette sui belgi come noi le raccontiamo sui carabinieri…).

Analogie per la verità quantomai parziali, ma sufficienti a riaprire una ferita mai rimarginata del vissuto bianconero. Della lezione dell’Heysel si fece tesoro con ritardo (vi fu ancora spazio per la tragedia di Sheffield, meno di quattro anni dopo); ma molte cose ora negli stadi sono cambiate. Resta ora il problema delle piazze, dove la folla riacquista in pieno la sovranità delle proprie tragiche, immutabili regole.

«C’era un incalzare e un rattenere, come un ristagno, una titubazione, un ronzìo confuso di contrasti e di consulte. In questa, scoppiò di mezzo alla folla una maledetta voce: – c’è qui vicino la casa del vicario di provvisione: andiamo a far giustizia, e a dare il sacco -. Parve il rammentarsi comune d’un concerto preso, piùttosto che l’accettazione d’una proposta». Di quella maledetta voce si cerca ora lo stupido autore. Difficile che la folla, nel frattempo, impari a non darle ascolto.

Roberto Codebò

(1): soprannome coevo di Alessandro Manzoni.

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