
Jacopo Veneziani arriva domani al Teatro Concordia di Venaria Reale con Perfette sconosciute – Artiste che la storia ha preferito tacere: uno spettacolo che ripercorre un vero e proprio un viaggio nella storia dell’arte al femminile. Questa la nostra intervista allo storico dell’arte.
Jacopo, com’è nata l’idea di portare a teatro Perfette sconosciute?
L’idea è nata forse già ai tempi di quando stavo alle superiori e all’università. Ho studiato storia dell’arte e mi accorgevo che molti corsi in realtà parlavano solo di artisti uomini, come se le donne nel mondo dell’arte fossero sempre solo le fidanzate degli artisti, oppure, come si dice spesso, “le muse degli artisti”, come se dovessero sempre essere degli oggetti dello sguardo maschile e senza mai fare arte in prima persona.
Invece non è cosi…
Si, per questo ho iniziato a leggere una serie di testi sul tema e ho scoperto che c’erano una miriade di storie curiose e interessanti. Mi sono detto come mai non condividerle anche con altre persone anziché tenerle solo per me. E quindi da lì mi sono lanciato in questo racconto.
E c’è nella storia dell’arte uno stereotipo principale di genere che hai notato?
Lo stereotipo, diciamo, c’è sempre: è un po’ lo stereotipo degli studiosi, ovviamente per fortuna non dei nostri tempi, ma per tanti secoli lo stereotipo principale è stato quello che fosse l’uomo responsabile del progresso dell’umanità, tanto che nel racconto teatrale parto dalle illustrazioni del mio sussidiario dove sono sempre immagini in cui le donne già ai tempi delle caverne preistoriche vengono raffigurate come creature spaventate, schiacciate in un angolo della grotta, invece gli uomini sono sempre muscolosi con la selvaggina che tornano dalla caccia e tinteggiano come se la donna fosse una sorta di gigantesco appendice dell’uomo che però in realtà è quello che porta avanti le cose.

Un pregiudizio che ha accompagnato la storia dell’umanità…
Nell’Ottocento, quando gli storici dell’arte hanno iniziato a raccontare la storia dell’arte in modo un po’ strutturato come una disciplina, hanno trattato la donna in quel modo, come se fosse un accessorio e non una protagonista attiva dello sviluppo dell’arte nel corso del tempo.
Possiamo dire che il tuo obiettivo con questo spettacolo è quello di cercare di cambiare la prospettiva rispetto alla storia dell’arte?
Esatto, il mio scopo era quello di provare a osservare la storia dell’arte non solo da una prospettiva maschile ma anche da quella femminile. Ma non femminile come sempre viene sempre raccontata, ovvero una donna rappresentata come una musa ecc…ma proprio donne che si sono sporcate le mani. Parliamo ad esempio di Properzia de Rossi che è una scultrice del Rinascimento che riesce a farsi strada in un mondo molto maschilista oppure Marina Abramovic che è forse l’esempio più noto di donna artista.
Oggi, nel mondo dell’arte, possiamo dire che questa situazione è leggermente cambiata rispetto al passato o comunque c’è ancora un retaggio diciamo al genere?
Secondo me è cambiata la situazione, anche se come tutti gli altri settori si può sempre fare di più e meglio. Anche grazie a tutte le artiste di cui parliamo a teatro che sono state pioniere e hanno hanno tracciato dei sentieri che poi sono stati percorsi da altre, si è lentamente riusciti a raggiungere una parità. Basta anche guardare gli iscritti nelle accademie di arte: ora sono più le ragazze dei ragazzi mentre in passato era addirittura proibito alle donne frequentare i corsi alle accademie d’arte.

In questo senso, il teatro ti permette di far passare questo messaggio in maniera diversa rispetto ad altri mezzi come ad esempio la televisione? Per questo motivo lo hai scelto?
Sì, è lo spazio giusto in cui condividere una passione che poi è quello che cerco di fare anche negli altri luoghi. Poi, il teatro è un luogo in cui hai un ritorno immediato perfetto per impostare un racconto molto modulabile in base alle persone che ho di fronte quindi a volte percepisco magari maggiore interesse per una storia piuttosto che un’altra e allora mi ci soffermo di più. Quindi avere le facce delle persone a cui ti rivolgi di fronte a te e non una telecamera o il tuo smartphone è molto utile anche per costruire un racconto ancora più su misura rispetto a chi ti sta ascoltando e questo riesce a farlo solo il teatro.
Infine, perché inviti il pubblico a seguire questo spettacolo?
Perché spero di riuscire ad incuriosirli almeno su una delle tante storie che sentiranno e secondo me almeno una di queste storie li sorprenderà e farà scoprire loro delle artiste di cui addirittura ignoravano l’esistenza perché non sono mai state raccontate come come si dovrebbe al di fuori degli ambiti accademici e universitari.Inviterei le persone a venire a stupirsi dell’altra metà della storia dell’arte.