
Domenica 4 maggio andrà in scena al Teatro Superga di Nichelino lo spettacolo Il Grande Torino con Gianfelice Facchetti. Uno spettacolo sull’importanza culturale di quella squadra che dominò il calcio fino alla tragedia di Superga. Ne abbiamo parlato con il suo protagonista.
Facchetti, come è nata l’idea di questo spettacolo?
E’ nata, al di là del legame che nel corso di 50 anni ho avuto la storia del Toro pur non essendo tifoso, due anni fa quando noi abbiamo iniziato a lavorare ad un podcast per i 75 anni di Superga per Rai Play Sound, che abbiamo presentato l’anno scorso al Salone del Libro. Era un lavoro abbastanza corposo perché parliamo di 5 puntate da circa 50 minuti e più forse. Con tutto quel materiale che avevo a disposizione, con tutte quelle testimonianze, con tutti quei racconti, mi è venuto il desiderio di provare a tirarci fuori una sceneggiatura e portrarla a teatro.
La vicenda ovviamente è molto conosciuta, la conosciamo tutti, però lo spettacolo quali aspetti cerca di sottolineare?
Innanzitutto, la prima considerazione credo che sia quella per cui a volte nel ricordo del Grande Torino si rischia di appiattire un po’ la memoria sulla parte tragica, cioè il fatto che questi ragazzi siano morti giovani rischia di offuscare poi invece da una parte la grandezza sportiva, dal momento in cui hanno stabilito dei primati che ancora oggi non sono stati superati in Serie A. Dall’altra anche tutta l’umanità che stava tra le pieghe di quello spogliatoio nei rapporti e nelle storie individuali di quella squadra e anche questo legame unico tra una squadra e il mondo fuori, cioè il fatto che nessuna squadra credo sia stata capace come quella di diventare la squadra di tutti.
Una vera e propria squadra dei record….
Di fatto e non solo, a partire da quando nel 1947 la nazionale schiera 10 giocatori su 11 provenienti dal Toro in un famoso Italia-Ungheria, al fatto che anche chi tifava per altre squadre comunque non poteva non simpatizzare per quella squadra che era un’espressione di bellezza, di gioia, di voglia di vivere in un momento storico in cui tutti si stava cercando di riprendersi un pezzetto di vita in mezzo alla guerra, dopo la guerra.

Secondo lei il mito del Grande Torino è irripetibile?
Sì, anche se uno coltiva la speranza che si possano ripetere grandi cose, però fai fatica a immaginare in una società così individualista, dove anche solo fermandosi all’ambito sportivo, ogni vittoria in qualche modo mette di fronte una maggioranza di detrattori e una minoranza di pochi che hanno il coraggio e la capacità di riconoscere i meriti di chi vince. Già a partire da quello stiamo parlando di un sentimento rispetto allo sport che fai fatica a cogliere oggi, dove tutto è occasione di polemica.
Forse i tempi sono cambiati…
Lì si racconta che quando il Torino andava in giro per le varie città, era una festa perché arrivavano i migliori, arrivavano questi atleti, questi campioni che riuscivano a incarnare qualcosa di unico. Comunque sì, al di là del tifo per la propria fede calcistica prevaleva innanzitutto un riconoscere il valore di chi stava dall’altra parte.

Sul palco non sarà da solo, verrà accompagnato dagli Slide Pistons. Che cosa aggiungeranno allo spettacolo?
La musica nella storia, in questo spettacolo, ha innanzitutto una parte narrativa. A partire dalla tromba famosa del trombettiere Oreste Bolmida che popolava gli spalti del Filadelfia e dava il via al quarto d’ora Granata. La presenza della tromba era la colonna sonora naturale della squadra e delle sue partite. Ci sono dei passaggi in cui c’è proprio un legame preciso, un utilizzo anche teatrale.
La musica assume quindi un ruolo anche narrativo.
Penso che quando si racconta che in occasione di una partita a Roma il Torino si fermò un giorno in più perché come premio vennero mandati a vedere Macario, un attore di rivista a teatro. Oppure nella parte finale che racconta come finì quel sogno, abbiamo così riportato a galla una romanza di quegli anni che si intitola Addormentarmi Così, che Danilo Martelli, uno dei giocatori di Granata, incise alla radio pochi giorni prima. Quindi ci sono molti elementi narrativi che hanno un legame forte con la musica, altri li abbiamo aggiunti anche magari per accentuare certi passaggi e certe emozioni di quello che è il racconto.

Facchetti, secondo lei c’è il rischio che, in qualche modo, questa storia con gli anni, visto che siamo vicini all’ottantesimo anniversario, finisca nel dimenticatoio?
Io credo di no, perché ho conosciuto bene da vicino il mondo del tifo granata, e quelle persone sono state capaci di tener viva quella memoria, a partire dal fatto che il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata è un museo che è gestito solo da volontari, le stesse persone che hanno recuperato tutto ciò che stava finendo in discarica dalla demolizione del Filadelfia. Questo ci dice che la memoria di quei ragazzi è al sicuro, nessuna tifoseria, penso come quella del Toro, abbia più a cuore la propria storia e l’abbia difesa da tutti coloro che non hanno invece avuto la giusta cura, perché c’è stata anche molta sfortuna, oltre a quella delle tragedie che si sono portate via i campioni come anche Gigi Meroni, dall’altra parte però c’è stata anche la sfortuna a volte di avere dei presidenti che non erano all’altezza di quella grandezza e i tifosi del Toro si sono sempre rimboccati le maniche facendo sicuri che la loro storia non potrà mai cadere nell’oblio.
Infine, perché invita il pubblico a vedere questo spettacolo?
Lo invito perché è un momento di riconciliazione con un pezzo della nostra storia, è un pezzo della storia d’Italia molto bello, anche molto poetico, pieno di umanità che in qualche modo ogni tanto smarriamo nell’individualismo. E’ un momento in cui anche a livello sociale c’era voglia di fare quello che faceva Valentino Mazzola, di rimboccarsi le maniche tutti insieme, pensare al bene comune, non soltanto a se stessi e alla propria autoaffermazione.