Processo Furchì: rivelazioni clamorose da soppesare adeguatamente

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Logo-Fuori-Udienza-300x131 Processo Furchì: rivelazioni clamorose da soppesare adeguatamenteRaramente accade che un dibattimento si animi in maniera così rapida ed inattesa. Per questa mattina, si attendevano le dichiarazioni spontanee di Furchì, orali e non scritte come inizialmente previsto. Poi Furchì cambia idea e, quasi contemporaneamente arriva la notizia che scuote l’aula. Dall’ex vicino di cella di Furchì sono in arrivo rivelazioni clamorose, delle quali è appena venuto in possesso il pubblico ministero. Il quale immediatamente fa istanza alla Corte di assunzione di tale testimonianza. Perché – ricordiamolo ogni tanto – nel processo accusatorio (contrariamente a quel che avveniva fino al 1989) una dichiarazione testimoniale non fa prova nel dibattimento quando viene riferita al PM: deve essere ripetuta davanti alla Corte. La quale accoglie senz’altro l’istanza del PM stesso, mandando subito a prendere il nuovo teste dalla sua detenzione domiciliare. La lunga pausa d’udienza si carica di una curiosità quasi febbrile.
Pietro Altana indossa giubbotto chiuso e occhiali bianchi, che mettono in evidenza la sua totale calvizie. La parlantina è sciolta, speziata il giusto da un accento genovese che cresce con la fatica e con l’emozione. La storia parte dalla prima amicizia in carcere con Furchì, fino a quando i due condivisero la cella. I primi favori tra detenuti: uno che trova all’altro un buon avvocato. Poi, in cambio, richieste crescenti: email da cancellare, soldi da nascondere, armi da occultare. Man mano che Altana parla, piccoli commenti ed esclamazioni soffocate accompagnano le fosche pennellate al ritratto di Furchì: il quale avrebbe aggredito il teste, avrebbe defecato per terra nella cella, avrebbe orinato sullo spazzolino da denti del teste. Giungendo poi a minacciarlo di morte: “Ti faccio fare la fine che ho fatto fare a Musy”. Ma le parole in corsivo – che è ovviamente dello scrivente – non vengono subito pronunciate da Altana. Gliele contesta il PM, poiché figurano nel suo verbale; altrettanto farà, poco dopo, l’avv. Giampaolo Zancan.
Commenti e vocine in aula proseguono, e non riguardano certo soltanto tale ritratto di Furchì (che – caso strano – assomiglia molto a quelo tratteggiato a suo tempo dalla ex moglie). In molti tratteggiano il ritratto di Pietro Altana: ex 007 (almeno così lui si definisce), soprannominato  l’Assange di Genova, in carcere per tentato furto e ricettazione, specialista in rivelazioni clamorose su grandi personaggi dell’economia e della finanza. Voce dunque da prendere – come si suol dire – con le molle. Così come, del resto, Altana stesso prende con le molle le proprie parole, mentre sbandiera vari segreti di stato, divaga fino a citare il rapporto Mitrokhin e intanto si irrita con qualche avvocato. Non riferisce subito – lo abbiamo già detto – la presunta frase di Furchì nella sua interezza rivelatrice (comprensiva cioè del corsivo che abbiamo già evidenziato). Sarà la paura, sarà altro. Difficile davvero capirlo; e difficilissimo il nuovo compito della Corte, che ora si trova in una paradossale difficoltà. Dopo mesi di generici indizi, ha in mano una prova quantomai decisiva. Che cade però un contesto – perdonate la ripetitività – da prendere con le molle.
Roberto Codebò