
Ci mancavano soltanto i vitelli, in un processo in cui si è già parlato praticamente di tutto. Ed eccoli qui, teneri e innocenti animaletti avviati al macello, nel racconto della moglie del signor Filippi: si tratta, tanto per interderci, della coppia di amici di famiglia di Furchì, che secondo l’accusa avrebbero custodito la pistola usata per sparare a Musy.
Tutto parte dalla celebre conversazione avuta in auto dai due coniugi, e intercettata dalla Polizia Giudiziaria. Di quella conversazione la moglie di Filippi viene chiamata oggi a rendere conto; ne scaturisce un simpatico siparietto di fantagiustizia, rimarcato e accentuato dalla straordinaria teatralità del presidente della Corte, dott. Capello.
Peccato davvero che l’odierna udienza sia funestata dal malfunzionamento dei microfoni, che ogni tanto fanno perdere qualche decisiva battuta. La signora Filippi appare nervosa, risponde piccata alle domande del PM. Sostiene di non ricordare le battute di quella decisiva conversazione: dove si è parlato di pistole, di soldi per il killer e di altre cosette. Sulle quali la memoria della signora fa sistematicamente difetto. Poi, improvvisamente, ecco i vitelli, ricordati invece con dovizia di particolari. Il signor Filippi avrebbe ammazzato un vitello con un pugno, secondo i giornali; in realtà, pare tutto nascesse da un consiglio su come disciplinare gli animali quando vengono scaricati all’aeroporto…
Quando il PM torna sul punto nevralgico, killer e pistole, si giunge al clou. La signora prorompe nervosa: “Stavamo raccontando quello che succede nei film”. Risata generale in aula, poi tocca al Presidente: “Più grossa di questa, c’è solo quando uno ha sostenuto di aver trovato per terra un assegno rubato… intestato già a lui”. La signora aggiunge intanto che certe cose le ha lette sui giornali. Istintiva sollevazione dei cronisti presenti in aula: “Non le abbiamo mai scritte…”.
Prende la parola l’avvocato Zancan. “Lei sa, signora, chi è la parte civile di questo processo? E’ una vedova con quattro figlie minori”. Per un attimo, il volo pindarico di questo teatrino processuale riconverge sulla terribile realtà di questa storia. La vedova, donna Angelica, non se n’è mai discostata. La vis tragicomica di quest’udienza non scheggia la maschera di un dolore senza fine.
Roberto Codebò
