

Una brevissima parentesi: solo sette anni, vale a dire poco più di un attimo, se si tiene conto dei ritmi di vita del primo Settecento. Così, il dominio piemontese sulla Sicilia viene ricordato poco o nulla. Grave errore, se si tiene conto del fatto che grazie ad esso il Ducato divenne Regno; degli enormi influssi architettonici che tale pur breve parentesi ebbe sulla città di Torino; delle peculiari vicende storiche che in così breve tempo portarono la Sicilia a passare di mano ben due volte.
Gli antefatti
Tra le mille possibili ragioni per le quali un governo può aspirare ad espandersi in un nuovo territorio, nei secoli passati ve n’era una oggi scomparsa. Un duca – nel nostro caso, Vittorio Amedeo di Savoia – che volesse diventare re non poteva aspettarsi – per così dire – una… promozione nell’ambito dei suoi possedimenti, ma doveva conquistare un territorio qualificato come regno. Lo status di ciascun territorio, dopo l’evoluzione dei secoli precedenti, era ormai rigido: doveroso dunque, per il duca Vittorio Amedeo II, tentare di mettere le mani su uno dei pochi territori ancora abbordabili che potessero portargli in dote la tanto desiderata corona regia.
Tra tutte le possibili opzioni, la più appetitosa era sicuramente rappresentata dalla Sicilia. Quest’ultima, dopo le dominazioni romana, barbarica, bizantina, araba, normanna, sveva ed angioina, era stata conquistata dagli aragonesi nel 1282 nel quadro dei celeberrimi Vespri Siciliani. Di qui, a seguito dell’unificazione delle corone di Castiglia e di Aragona, era passata sotto la bandiera del neocostituito Regno di Spagna. Ai primi del Settecento, dopo più di quattrocento anni, la dominazione iberica sull’isola vacillò in virtù delle vicende della Guerra di Successione Spagnola, «tan larga y sangrienta guerra, que ha causado la efusion de tanta sangre cristiana y la dessolacion de tantos Estados» (1). Dopo la morte di Carlo II di Spagna, il conflitto si accese – con varie alleanze – tra tutte le principali potenze europee per la spartizione dell’immenso impero spagnolo, il quale, cadendo integralmente nelle mani di un solo pretendente, avrebbe reso soverchiamente potente lo Stato di quest’ultimo.
La guerra di Successione Spagnola, in Piemonte, viene ovviamente ricordata soprattutto per l’assedio di Torino del 1706. Episodio celebre non solo all’ombra della Mole, bensì noto in tutto il mondo in quanto raro caso di cosiddetto «assedio scientifico», vale a dire scientificamente pianificato sulla carta. Meno tecnicamente, l’assedio del 1706 resta famoso per le imprese di Pietro Micca e per l’edificazione della Basilica di Superga.
Per quel che qui ci interessa, i fatti del 1706 testimoniano della grande partecipazione piemontese alla Guerra di Successione. La vittoria riportata contro i franco-spagnoli (grazie al decisivo appoggio delle truppe austriache comandate proprio dal Principe Eugenio di Savoia) legittimò infatti agli occhi del consesso dei vincitori le citate aspirazioni regie di Vittorio Amedeo II.
La Sicilia Sabauda
La Sicilia, «e islas dependientes, sus pertenenzas, dependencias y anesos en toda propriedad y soberania» (2) passano ufficialmente sotto il dominio piemontese («commemorato Sabaudiae Duci dicti Regni possessio tradetur iis omnibus de causis, et dependentiis cognitione, aut decisione iustitiae» (3) ) il 13 luglio 1713 (4) (5), con il trattato di Utrecht (6). Quest’ultimo, insieme con il trattato di Rastatt, pone fine alla Guerra di Successione Spagnola con una pace che i contemporanei, non a caso, definiscono «encore mal assurée» (7). Il 3 ottobre di quello stesso anno, Vittorio Amedeo II parte alla volta dei suoi nuovi possedimenti. Il 24 dicembre, a Palermo, viene incoronato Re di Sicilia. Per gli isolani sarà presto il momento delle prime delusioni. Risulta infatti subito evidente che non è intenzione del nuovo sovrano spostare il baricentro dei suoi possedimenti verso la Sicilia, la quale, come abbiamo già notato, serve più che altro per assumere il titolo regio. Piemontese resta dunque l’anima del neonato regno, e piemontese è anche il nuovo viceré dell’isola (8), conte Maffei (9).
Inutile dire che tale atteggiamento mise subito i piemontesi in pessima luce di fronte al notabilato locale, con il quale del resto gli inviati di Torino avevano già fin troppi problemi a imporre il paludato stile sabaudo. Tali frizioni dovevano costituire fertilissimo terreno ai tentativi spagnoli di riconquistare l’isola, i quali non si fanno attendere a lungo.
La momentanea reconquista
Già nell’inverno 1717-1718, ferve l’attività diplomatica da parte della Corte di Madrid. Avuta notizia di negoziati tra Vittorio Amedeo II e l’Austria per uno scambio Sicilia-Sardegna, il primo ministro spagnolo cardinale Alberoni (10) propose al Piemonte una sorta di… pegno: la Sicilia sarebbe stata occupata preventivamente dagli spagnoli, i quali si sarebbero intanto alleati coi piemontesi proprio contro l’Austria allo scopo di riconquistare il Milanese e il Napoletano (entrambi perduti da Madrid, proprio come la Sicilia, con le paci di Utrecht e Rastatt) (11). In caso di vittoria ispano-piemontese, a Vittorio Amedeo II sarebbe andato il Ducato di Milano mentre la Spagna avrebbe dominato a Napoli e a Palermo; in caso di sconfitta, la Sicilia sarebbe stata restituita al Piemonte (12). Tale ipotesi, del resto, poteva poggiare sull’impegno preso dal novello Re di Sicilia «de ne jamais vendre, aliéner, céder, échanger le Royaume di Sicile et îles en dépendantes à autres qu’aux rois d’Espagne» (13).
Fin troppo facile immaginare la risposta piemontese a una simile bizzarra ipotesi di occupazione preventiva nel quadro di una possibile alleanza… Anche perché, come già notato, la conclamata ostilità del popolo siciliano nei confronti dei Savoia avrebbe resto assai ardua la gestione del tutto.
Vista inutile la via diplomatica, la Spagna passa senz’altro alle vie di fatto. Il 13 febbraio parte da Alicante una flotta diretta in Sardegna, e una seconda giunge a Cagliari da Cadice il 16 aprile. Non meno di 11700 fanti e 3285 cavalieri sono ora pronti, in terra sarda, per tentare la riconquista dellla Sicilia. Di qui la flotta riparte per la Spagna per recuperare le truppe che giungono da ogni parte del Regno; il 23 giugno la flotta è nuovamente in Sardegna, pronta a iniziare la guerra (14). Un tentativo di riconquista da qualcuno definito «disperato» (15): ma le ragioni di tale definizione, come stiamo per vedere, non stanno certo nella possibile reazione piemontese…
L’ordine di salpare giunge il 27 giugno; tre giorni dopo, la flotta spagnola getta l’ancora poco a est di Palermo. Allo sbarco in forze, i piemontesi possono contrapporre un contingente poco numeroso e poco motivato. Perdipiù, il Governo sabaudo paga subito le conseguenze della citata avversione della popolazione locale, la quale vede gli spagnoli come liberatori. Il 4 luglio, giungendo a Palermo, le truppe iberiche trovano le porte della città già aperte, e le attraversano tra due ali di folla plaudente. Il viceré Maffei è fuggito dalla capitale la sera prima: sarà penosa la marcia di lui e delle sue poche truppe, durante la quale più volte i siciliani apriranno il fuoco sulla colonna piemontese mentre, un po’ dappertutto nell’isola, scoppia la ribellione contro gli esponenti della monarchia sabauda.
Solo la città di Messina, assediata, resisterà più a lungo. Solo il 30 settembre infatti il Marchese di Andorno la consegnerà alle truppe spagnole. Nel frattempo, però, la situazione generale è profondamente mutata.
La Sicilia austriaca, e la Sardegna sabauda
Contro Madrid si forma infatti la Quadruplice Alleanza, composta da Gran Bretagna, Francia, Austria e Paesi Bassi: «Toute l’Europe conjure contre moy», noterà amareggiato Filippo V (16),. sovrano di un Paese che, in nome di queste vicende, va ormai perdendo in via definitiva il ruolo di potenza egemone (17). L’11 agosto 1718 la Royal Navy, al comando del celebre ammiraglio Byng, ha inflitto alla Spagna una pesantissima sconfitta nella battaglia di Capo Passero (forse la più celebre battaglia navale del Settecento europeo). Sfruttando tale indebolimento degli spagnoli si fa sotto l’Austria, che entra in negoziati proprio con il Regno di Sardegna: ufficiali austriaci sono infatti presenti proprio a Messina nelle ultime settimane di resistenza dei piemontesi. E, pur senza fare ancora formalmente parte della Quadruplice Alleanza, proprio attraverso il dialogo con Vienna Vittorio Amedeo mira a tenere per sé quel titolo di re di Sicilia al quale, pur “sfrattato” dall’isola, non ha ancora formalmente rinunciato (18).
Tale speranza si scontra presto con una serie di univoche considerazioni pratiche (19), ma la diplomazia sabauda lavora comunque in maniera efficace. Il 2 novembre 1718 viene firmato a Londra un trattato di alleanza, che per il Governo di Torino è sottoscritto dal Conte di Provana e dal Marchese di Lapeyrouse. «Una pace simulata per mantenere qui il fuoco sotto le ceneri» (20): Ii Savoia offrono agli Austriaci aiuti militari per la conquista della Sicilia. Del resto, tale accordo è di fatto già operativo: poco più di due settimane prima, il 15 ottobre, le truppe di Vienna sono infatti già sbarcate a Milazzo con il supporto di un battaglione piemontese (21). Per contro, il Piemonte fa il suo ingresso ufficiale nella Quadruplice Alleanza, e Vittorio Amedeo II viene “salutato Re di Sardegna” (22) (il relativo atto di cessione sarà formalizzato l’8 agosto 1720). Con il baratto tra le due isole – deciso così a tavolino, senza la pur minima partecipazione popolare (23) – è così assicurato a casa Savoia il fondamentale mantenimento del titolo regio (24).
Un bilancio di sette anni: regali architetture per Torino
Risulta spesso arduo formulare un bilancio, o anche soltanto un giudizio, su una dominazione così breve: un settennio resto concettualmente ancor più esiguo di quanto sembri – come già notato – dai lentissimi ritmi di comunicazioni e eventi tipici dell’epoca. Al punto che, di per sé, si sarebbe tentati di relegare la dominazione piemontese sulla Sicilia a una parentesi d’occupazione nel quadro di una più ampia vicenda bellica, un po’ come si fa – ad esempio – per l’occupazione austro-russa di Torino del 1799-1800.
Nondimeno, quei sette anni restano ricordati come un periodo di una certa importanza: non solo perché – ovviamente – pur sempre più lunghi d’una sola stagione di campagne belliche (come invece fu l’occupazione di Suvorov), ma anche per due importanti fattori che compensarono ampiamente guai e burocrazia affrontati dai Savoia prima sapere di dover sloggiare da Palermo così presto (25): da un lato, la già citata acquisizione del titolo regio; dall’altro, un personaggio del calibro di Filippo Juvarra.
Messinese doc (era nato sulle rive dello Stretto il 27 marzo 1678), al tempo della conquista piemontese della Sicilia Juvarra lavorava già a Roma alla corte di papa Clemente XI. Divenuto re di Sicilia, Vittorio Amedeo richiamò il celebre architetto proprio nella sua Messina per fargli ultimare qualche progetto lasciato in sospeso. Persa la Sicilia, il sovrano non volle perdere anche Juvarra: lo portò con sé a Torino, dove l’architetto giunse con un bagaglio tecnico-artistico ormai corposamente influenzato dall’Arcadia Romana (26); e dove gli fu subito affidato un grandioso progetto di riqualificazione urbana del quale ancora oggi la città porta i maestosi segni: Castello di Rivoli, Palazzina di Caccia di Stupinigi, Reggia di Venaria, Basilica di Superga. Le perle più preziose insomma della celebre «Corona di Delizie»: metafora tutt’altro che casuale, per un insieme di residenze e monumenti voluto dai Savoia proprio per celebrare l’acquisizione del titolo regio.
Di quei sette anni di dominio sabaudo, in Sicilia si ricorda poco a nulla. Senza di essi, per contro, l’odierno aspetto di Torino sarebbe di certo molto differente…
Roberto Codebò
______________________________________________
NOTE
(1) Copia a stampa del Trattato di Utrecht in lingua spagnola, AST, Corte, Materie politiche per rapporto all’estero, Negoziazioni colla Corte di Francia, m. 23, f. 2.
(2) Copia d’atto di cessione del Regno di Sicilia fatta dal Re di Spagna Filippo V a favore di Sua Maestà, AST, Corte, Materie politiche per rapporto all’estero, Negoziazioni colla Corte di Francia, m. 23, f. 1.
(3) Ibidem.
(4) In realtà, Torino e Madrid avevano già stipulato un accordo nel novembre 1712, convenendo che il Re di Spagna, «en defecto de sus descendientes assegura[ba] la sucesion de la Corona de España y de las Indias a Su Alteza Reál de Saboya» (copia a stampa del Trattato di Utrecht in lingua spagnola, AST, Corte, Materie politiche per rapporto all’estero, Negoziazioni colla Corte di Francia, m. 23, f. 2). Accordo di portata potenzialmente straordinaria, utilizzato in realtà per aprire la trattativa tra i due paesi. Per vedere un Savoia sul trono di Spagna – pur se solo per poco più di due anni – sarà necessario attendere il 4 dicembre 1870, quando Re Cattolico diverrà Amedeo I.
(5) Il 13 luglio 1713, a Utrecht, vennero in realtà sottoscritte due distinte versioni del trattato. La prima di esse dovette essere frettolosamente annullata, e sostituita dalla seconda, per via di alcune variazioni pretese all’ultimo momento dalla Corte di Madrid. Per una sinossi tra le due versioni, v. AST, Materie politiche per rapporto all’estero, Trattati, Trattati diversi, m. 17, ff. 2 e 3.
(6) Si trattava in realtà, come sempre in questi casi, di una pluralità di trattati stipulati tra le varie potenze europee, non tutti stipulati nello stesso giorno (lo noteremo infra analizzando le correlate clausole del trattato stipulato tra Spagna e Regno Unito; v. nota n. 13). Da tali trattati – per quel che qui ci interessa – esce prepotentemente ridimensionato il ruolo europeo della Spagna, che perde Gibilterra, i Paesi Bassi, il Ducato di Milano, il Regno di Napoli, la Sicilia e la Sardegna.
(7) Manifeste sur les sujets de rupture entre la France et l’Espagne, Ginevra, Fabriz et Barrilot, 1719 p. 7, in AST, Corte, Materie Politiche per Rapporto all’Estero, Corti straniere, Spagna, m. 3, f. 17.
(8) GERBA, Guerre in Sicilia e in Corsica, in Campagne del Principe Eugenio di Savoia, edizione dell’Imperial-Regio Stato Maggiore Generale austro-ungarico, Vienna, 1891 (ed. piemontese per i tipi di Roux e Viarengo, Torino, 1901); v. XVIII, pp. 27 s.
(9) Annibale Maffei (1666-1735). Nato a Mirandola, approdò alla corte di Torino nel 1681 come paggio di Vittorio Amedeo II (all’epoca duca, e non ancora re). Dal 1695 in poi alternò incarichi diplomatici a campagne militari. Fu delegato della Corte di Torino a Utrecht in occasione della firma del trattato del 1713, e di qui inviato in maniera pressoché diretta a Palermo come viceré.
(10) Giulio Alberoni (1664–1752), piacentino. Dapprima umile bracciante, prese poi i voti religiosi e, durante la Guerra di Succesione Spagnola, rese preziosi servigi a Luigi Giuseppe di Borbone-Vendôme, comandante delle forze francesi in Italia. Proprio al seguito del Vendôme approdò alla Corte di Spagna. Creato cardinale nel 1717, assunse intanto a Madrid una serie di cariche e titoli che culminarono con la nomina a Primo Ministro.
(11) Simili propositi vengono ovviamente tenuti nascosti alle altre Potenze, anzi espressamente negati. “Vous savez che j’ai rempli tous les Préliminaires, et que je suis prêt à consentir que Naples, le Milanez e les Païs Bas restent à l’Archiduc, comme je l’ai fait de la Sicile en faveur du Duc de Savoie“. Lettera del Re di Spagna al Re di Francia del 31 gennaio 1714, citata nel Manifeste sur les sujet de rupture entre la France et l’Espagne, Ginevra, Fabriz et Barrilot, 1719 p. 5, in AST, Corte, Materie Politiche per Rapporto all’Estero, Corti straniere, Spagna, m. 3, f. 17.
(12) GERBA, cit., p. 24.
(13) Il passo è tratto non dal testo del trattato di Utrecht, bensì dalle relazioni inviate a Vittorio Amedeo II dai plenipotenziari sabaudi nelle more della firma del trattato. Si trattava di uno dei punti più importanti, tanto che, nella relazione in questione, tale passo è integralmente sottolineato (AST, Corte, Materie politiche per rapporto all’estero, Negoziazioni colla Corte di Francia, m. 23, f. 3). Del resto, tale aspetto aveva già rappresentato oggetto di preoccupazione nel quadro del trattato di Utrecht tra Spagna e Inghilterra (siglato il 27 marzo 1713, quasi quattro mesi prima di quello tra Madrid e Torino). In tale trattato si prevede infatti: «Antedicta Sua Regia Maiestas Britanniae promittit et spondet sese omni studio curaturam, ut deficientibus ex domo Sabaudiae haeredibus masculis […], Siciliae Regnis possessio ad Coronam Hispanicam […] revertatur». AST, Corte, Materie politiche per rapporto all’estero, Negoziazioni colla Corte di Francia, m. 23, f. 11.
(14) GERBA, cit., p. 25.
(15) Così SOTGIU, Storia della Sardegna Sabauda, Bari, Laterza, 1984, p. 2.
(16) Lettera del re Cattolico del 25 ottobre 1718, AST, Corte, Materie Politiche per Rapporto all’Estero, Corti straniere, Spagna, m. 3, f. 17.
(17) SOTGIU, cit., p. 1.
(18) GERBA, cit., p. 81.
(19) Nota Giuseppe Manno con la sua consueta prosa assai ornata: “Maggiormente […] erasi difficultata al re la conservazione del suo novello Stato, dopoché, come abbiamo veduto, la Spagna da un canto avea già rotto la guerra in Sicilia, e dall’altro i tre più grandi potentati europei aveano palesato la ferma risoluzione di assoggettare quell’isola a Cesare [L’imperatore d’Austria, n.d.A.]”. MANNO, Storia moderna della Sardegna, Firenze, Le Monnier, 1858, p. 81.
(20) Così si legge nella lettera che accompagna la spedizione alla Corte di Torino di una serie di lettere, intercettate tra i diplomatici sabaudi, scritte al Cardinale Alberoni dal suo ambasciatore a Parigi, Principe di Cellamare. AST, Corte, Materie Politiche per Rapporto all’Estero, Corti straniere, Spagna, m. 3, f. 17.
(21) Così MANNO, cit., p. 81.
(22) SOTGIU, cit., p. 3.
(23) Comme il n’a pas été possible d’engager l’Empéreur à se désister des prétensions qu’il a toûjours conservées sur la Sicile, il a été réglé qu’Elle seroit cédée a ce Prince, qui de sa part cédéroit au Roi de Sicile par forme d’équivalent le Royaume de Sardaigne, en reservant au Roi d’Espagne sur ce même Royaume le droit de reversion à la Couronne. Manifeste sur les sujet de rupture entre la France et l’Espagne, Ginevra, Fabriz et Barrilot, 1719 p. 17, in AST, Corte, Materie Politiche per Rapporto all’Estero, Corti straniere, Spagna, m. 3, f. 17.
(24) Comme il n’a pas été possible d’engager l’Empéreur à se désister des prétensions qu’il a toûjours conservées sur la Sicile, il a été réglé qu’Elle seroit cédée a ce Prince, qui de sa part cédéroit au Roi de Sicile par forme d’équivalent le Royaume de Sardaigne, en reservant au Roi d’Espagne sur ce même Royaume le droit de reversion à la Couronne.Manifeste sur les sujet de rupture entre la France et l’Espagne, Ginevra, Fabriz et Barrilot, 1719 p. 17, in AST, Corte, Materie Politiche per Rapporto all’Estero, Corti straniere, Spagna, m. 3, f. 17.
(25) Si veda ad esempio il Registro continente diverse Memorie, e consulti attinenti a tutte le pendenze che sin all’anno 1716 ha avute questa Corte con quella di Roma inclusivamente a quelle che riguardavano il Regno di Sicilia. AST, Corte, Materie ecclesiastiche, Negoziazione con la Corte di Roma, m. 4, f. 2. Si veda anche la Memoria dell’istanza fatta dà Plenipotenziarj di Spagna à quelli di S.M. al Congresso suddito ad effetto che si continuassero le pensioni assegnate sul Regno di Sicilia alla Principessa des Ursins, et al S.r d’Aubigni, della dichiarazione ivi annessa fatta in conseguenza da sudditi plenipotenziarj di S.M., e dell’ordine graziosamente dato dalla medesima M.S. per il pagamento delle sopra enonciate pensioni vitalizie. AST, Materie Politiche per Rapporto all’Estero, Negoziazioni colla Corte di Francia, m. 23 , f. 12.
(26) GRISERI – ROMANO (a cura di), Filippo Juvarra a Torino – Nuovi progetti per la città, Torino, Cassa di Risparmio di Torino, 1989, p. 24.