Laura, 28 anni. In un complesso di testimoni infarcito diprofessori, imprenditori, politici e ispettori, davvero una figura insolita questa fanciulla con ballerine, coda dei capelli da collegiale e ampio scialle attorno al collo. Insolita, del resto, non solo per aspetto e tipo sociale: si tratta di fatto di uno dei pochi possibili testimoni oculari; di quelli che potrebbero aver visto direttamente in viso il sempre più misterioso aggressore.
Date le circostanze, ovvio che la prima domanda verta sulla ricostruzione delle fattezze dell’aggressore medesimo. Laura parte mantenendosi quantomai sul generico; tempo meno di un minuto, e l’avvocatessa di Furchì chiede la parola. Con voce limpida e impostata, rilegge il verbale di sommarie informazioni testimoniali redatto a seguito della spontanea presentazione della ragazza in questura, quattro settimane dopo il fatto. Una descrizione minuziosa, profonda, che – ascoltata così – ricorda le cronache giudiziarie del grande Dino Buzzati infarcite di una giusta dose di Agatha Christie.
Tutto diverso, insomma, dalle parole vaghe pronunciate oggi in aula. Dopo l’accorata lettura delle contestazioni a verbale, Laura si trincera dietro il più classico “Non mi ricordo”, che provoca la prevedibile reazione del presidente della Corte: “In Questura, Lei ha detto la verità…?”. Risposta farfugliata: l’imbarazzo è ormai palpabile, e del resto, in un simile frangente coglierebbe chiunque. Poi la questione passa oltre, restano i soliti dubbi. Gli stessi che echeggiano con il ricordo del suono degli spari, ricostruiti poco dopo da un ispettore di polizia scientifica: sparati come? Sparati da dove? E soprattutto, sparati da chi…?
In questo processo, la storia è sempre la stessa. Appena si ha l’impressione di afferrare un brandello di verità, tutto se ne vola via come un freddo vento di primavera.
Roberto Codebò
