Quarant’anni fa, la morte di Leonardo David


A metà degli anni Sessanta, l’Italia vive l’onda lunga del miracolo economico del decennio precedente. L’impetuoso sviluppo economico e sociale del Paese coinvolge anche la montagna: in paesini sino al quel momento mediamente minuscoli, come funghi spuntano palazzi in stile cittadino nonché impianti di risalita. Disciplina rigorosamente di élite da mezzo secolo a quella parte, lo sci – per i suoi costi e la sua logistica – non sarà mai sport di massa; ma in quegli anni vede comunque moltiplicare a dismisura i proprî praticanti, che si imbarcano su skilift che sollevano lo sciatore ad ogni gobba oppure – gli sci in grembo – su seggiovie monoposto che prima assestano una gelida sculacciata e poi non arrivano mai alla meta; indi i praticanti suddetti intraprendono la discesa su attrezzi metallici, lunghissimi e senza un minimo di sciancratura, che curvano soltanto se si punta pesantemente il bastoncino.

In questo scenario, nel 1966 viene istituita la Coppa del Mondo di sci alpino. Come spesso accade, il fenomeno sportivo diviene elemento trainante rispetto al fenomeno sociale e economico, con conseguente ricaduta sotto forma di sponsor e diritti televisivi (si fa per dire, in un’epoca in cui la pay TV è ancora lontana); il tutto molto di più, nel nostro Paese, quando nel 1971 la Coppa cade in mani italiane per rimanervi per un fantastico quinquennio. Dal 1971 al 1975, quattro titoli di Gustav Thöni intervallati – nel 1974 – da uno di Piero Gros. E’ l’indimenticabile epopea della Valanga Azzurra, espressione che entra per sempre nel nostro vocabolario mentre, in quegli anni, i suoi alfieri sono sulla bocca di tutti al pari di Adriano Panatta, Gianni Rivera o José Altafini, con annesse cacofonie popolari. Sulla scorta dell’italianizzazione forzata di qualche decennio prima, si narra che il piemontese Piero Gros sia nato a Salice d’Ulzio mentre l’altoatesino Thöni viene chiamato Gustavo, quasi come se oggi si parlasse di un tal Giovannino Sinner…

A metà degli anni Settanta, inizia l’inevitabile declino dei due campioni e scatta la ricerca di un loro erede che contrasti lo strapotere di Ingemar Stenmark, il quale succede a Thöni nell’albo d’oro della Coppa aggiudicandosene tre edizioni consecutive. Dalla Valle d’Aosta sbuca Leonardo David, nato a Gressoney-Saint-Jean il 27 settembre 1960, figlio d’arte. Contrariamente all’amico Paolo De Chiesa, David non era tra gli «scudieri» di Thöni e Gros nella Valanga Azzurra. Dopo aver già fatto parlare assai di sé fra gli addetti ai lavori, il 7 febbraio 1979 – a soli diciotto anni – David assurge prepotentemente agli onori delle cronache a Oslo, relegando sui gradini più bassi del podio Sua Maestà Ingemar Stenmark e l’americano Phil Mahre (che a sua volta farà poi tris aggiudicandosi le Coppe del Mondo 1981, 1982 e 1983). 

Una decina di giorni dopo, sono in programma a Cortina d’Ampezzo i Campionati assoluti. In epoche in cui i big del tennis disputano anche il doppio, e i piloti di Formula 1 gareggiano anche in Formula 2, l’appuntamento è immancabile per Leo. Anche perché una nuova regola di Coppa del Mondo espressamente concepita in funzione anti Stenmark, avendo modificato le regole di attribuzione dei punteggi, costringe gli aspiranti al titolo a far punti in maniera tendenzialmente omogenea sia nello slalom speciale, sia nello slalom gigante, sia nella discesa libera (il superG debutterà soltanto nel decennio successivo). Al pari del fuoriclasse svedese, Leonardo eccelle nelle discipline tecniche e deve quindi perfezionarsi in quella discesa libera che gli sarà due volte fatale.

Il 16 febbraio 1979, David si presenta al cancelletto di partenza sulla pista Olimpia delle Tofane (che nel 2026 terrà nuovamente fede al proprio nome). La visibilità è scarsa, e la neve molto dura; poco prima dell’intertempo, Leo compie uno spettacolare volo a circa ottanta chilometri all’ora picchiando violentemente la testa sul ghiaccio. Si rialza da sé e giunge al traguardo senza bisogno del toboga; disputa addirittura lo slalom in programma due giorni dopo, ma lamenta mal di testa, mal di stomaco e problemi di equilibrio. I medici lo inviano quindi per accertamenti all’ospedale di Lecco (convenzionato con la Federazione), che però – al pari della maggior parte dei nosocomî italiani – è ancora allo stadio rudimentale in tema di diagnostica per immagini. David ne esce con una banale prescrizione di riposo e analgesici e se ne torna a casa in auto da solo non prima di essersi fermato a Milano a per far visita a Maria Rosa «Ninna» Quario, sua compagna di Nazionale che undici anni dopo darà alla luce Federica Brignone.

All’inizio di marzo, a Lake Placid (Stato di New  York) è in programma una sessione di gare in preparazione alle Olimpiadi invernali, che ivi si disputeranno un anno dopo. Leonardo continua a accusare mal di testa e a patire nientemeno che il rumore degli sci sul ghiaccio, ma l’appuntamento sugli Appalachi resta imperdibile. Il 3 marzo 1979, la diciottenne promessa ormai mantenuta dello sci italiano esce dal cancelletto di partenza della gara – ancora una volta – di discesa libera. A poche decine di metri dal traguardo i suoi sci si toccano, David perde l’equilibrio, cade una prima volta, si rialza, varca la linea del traguardo, punta dritto verso Piero Gros cui chiede notizie circa il proprio crono. Saranno le sue ultime parole.

Leonardo David si accascia tra le braccia di un Gros esterrefatto, e perde conoscenza. Viene sdraiato a terra, dove una rara immagine dell’epoca ne ritrae a rovescio il viso in primo piano, gli occhi fissi nel vuoto e la bava alla bocca. Le consultazioni tra i medici sono troppo lunghe; già nei giorni precedenti l’organizzazione americana si è rivelata tutt’altro che impeccabile, ma l’ospedale di Burlington (Vermont) – dove Leo viene trasportato in elicottero – è molto meglio attrezzato di quello di Lecco per la TAC: viene diagnosticato un ematoma cerebrale, e si provvede subito a praticare una craniotomia decompressiva: incisione alla scatola cranica per alleggerire la pressione dell’ematoma stesso sull’encefalo.

«Very old blood» («sangue molto vecchio»). Il commento istintivo dei neurochirurghi americani suona come una sentenza irrevocabile. Appare infatti immediatamente evidente che l’ematoma in questione – visto il suo stato di rapprendimento – non può essere conseguenza della caduta di quel giorno, ma è invece figlio della caduta ampezzana e, non essendo stato “notato” in quel di Lecco, da quindici giorni insiste sul cervello di Leonardo causando lesioni ormai irreparabili. Tutti, del resto, avevano notato che a Lake Placid Leo ha picchiato una spalla, piuttosto che il capo; ed ora si comprende che infatti non ha perso conoscenza dopo essere caduto, bensì è caduto dopo aver iniziato a perdere conoscenza.

Dopo alcuni giorni, Leonardo viene riportato in Europa. Inizia una coraggiosa quanto infruttuosa via crucis della famiglia a suon di lunghi ricoveri e di interventi chirurgici in mezzo mondo, persino – nonostante si sia in piena Guerra Fredda – in Unione Sovietica. Leonardo viene sottoposto ogni giorno a ore e ore di fisioterapia per mantenerne tonico il fisico, ma tutto è ormai inutile. Quegli occhi azzurri come una Valanga, che da quasi sei anni fissano il vuoto, si chiudono per sempre il 26 febbraio 1985. Sorella Morte pone pietosamente fine ad un calvario che non è più illuminato dal benché minimo barlume di speranza. Dopo una triste storia di neve, la battaglia legale della famiglia contro diagnosi tardive e terapie inadeguate finirà – come troppo spesso – nella sabbia…

Oggi come oggi, una storia come quella di Leonardo David mai potrebbe avere luogo. La testa di atleti e piloti è protetta da caschi realizzati in materiali leggeri e robusti, con cinghietti testati su sollecitazioni estreme. A bordo campo e a bordo pista stazionano team di paramedici superattrezzati pronti a effettuare una rapida prediagnosi e a mettere in sicurezza il paziente. Ambulanze, motoslitte ed elicotteri trasportano fulmineamente l’infortunato presso un Medical Center prontamente allertato. La diagnostica per immagini è straordinariamente precisa. Terapie farmacologiche e interventi neurochirurgici hanno un altissimo tasso di risolutività. In un mondo che non sempre ci piace, una serie di consolazioni decisamente robuste.

Roberto Codebò