
Dieci anni quasi esatti dividono la strage dell’Italicus (4 agosto 1974) dalla strage del rapido 904, della quale oggi cade il quarantesimo anniversario. Due episodi che condividono dinamica e contesto geografico, ma che hanno avuto luogo in scenari storico-politici letteralmente stravolti nel giro di un solo decennio.
Fino al 22 aprile 1934, per viaggiare in treno da Bologna a Firenze – e quindi anche da Milano a Roma – bisognava percorrere la cosiddetta linea Porrettana, da Bologna a Pistoia. Cosiddetta perché transita da Porretta Terme, attraversando il confine tra Emilia e Toscana in corrispondenza del fiume Reno per mezzo del celebre Ponte della Venturina (proprio a poche centinaia di metri dai luoghi d’origine – per via materna – del sottoscritto…). Completata nel 1864, la Porrettana era stata dunque ideata quando il Ponte della Venturina era ancora confine tra Stato Pontificio e Granducato di Toscana. Per valicare quei rilievi non particolarmente elevati ma geomorfologicamente molto insidiosi, era stata necessaria una galleria di quasi tre chilometri, detta ancora oggi la “Prima Galleria dell’Appennino”. Per vedere i treni transitare nella Seconda, sarà necessario attendere proprio il 1934: con i suoi diciotto chilometri, la Galleria del Vernio – alias per l’appunto Seconda Galleria dell’Appennino – sarà per molto tempo il tunnel ferroviario più lungo d’Europa. Fiore all’occhiello della Direttissima Bologna-Firenze (ovviamente da non confondersi con l’ulteriore linea attualmente percorsa dai Frecciarossa, inaugurata nel 2009). Provvidenziale mezzo per accorciare i tempi di percorrenza, ma terribile strumento nella mani di menti criminali.
Nel 1974, la bomba sul treno Italicus era esplosa quando il convoglio era già in fase di sbocco sul versante nord. Il treno ormai sventrato si arrestò dunque nel piazzale della stazione di San Benedetto Val di Sambro, cosa che facilitò enormemente i soccorsi. Questa esecuzione imperfetta dell’attentato fu dovuta al fatto che sul treno – sul quale si racconta che sino all’ultimo dovesse essere presente nientemeno che Aldo Moro, al tempo Ministro degli Esteri – fosse stato collocato un ordigno a orologeria. Il non esatto sincronismo tra taratura del congegno e tabella di marcia del treno fece sì che la bomba non esplodesse – come volevano gli assassini – nel centro della galleria. Dieci anni dopo, i nuovi attentatori faranno tesoro di una simile esperienza.
Domenica 23 dicembre 1984, il rapido 904 era partito alle 12:55 dalla stazione di Napoli Centrale in direzione Milano Centrale. Ricordiamo ai più giovani che “rapido” era la definizione poi sostituita da “Intercity“. Rispetto alla tariffa rigorosamente chilometrica di allora, si pagava un apposito supplemento (detto appunto “supplemento rapido”) per avere maggior velocità e meno fermate. Nonostante ciò, il tragitto Napoli-Milano richiedeva circa nove ore, praticamente il doppio di un Frecciarossa: sei ore dopo la propria partenza, il convoglio imboccava la Galleria del Vernio, della quale era stato celebrato il cinquantesimo anniversario giusto pochi mesi prima.
A metà del tunnel – caso più unico che raro – era ed è ancora presente una stazioncina detta “Precedenze”, già a quel tempo non più usata per il servizio viaggiatori ma ancora accessibile attraverso una lunghissima scalinata: non più percorsa ormai dai passeggeri, ma “utile” veicolo di onde radio. L’ordigno venne collocato su una vettura di seconda classe durante la sosta a Firenze Santa Maria Novella (o forse già a Chiusi – Chianciano Terme), nascosto in uno dei quei vecchi sedili ribaltabili detti “strapuntini” che si trovavano nel corridoio delle vetture a scompartimenti. Per farlo esplodere, venne stavolta utilizzato non un congegno a orologeria bensì un telecomando, il cui segnale – attraverso la scalinata della stazione Precedenze – raggiunse il treno nel cuore della montagna mentre si trovava quasi perfettamente a metà della galleria.
Due giorni dopo il solstizio d’inverno, alle 19:08 – ora esatta dell’esplosione – era buio pesto già da un pezzo. La detonazione fece saltare anche le luci della galleria. Ombre sperdute e terrorizzate vagavano nell’oscurità in mezzo a corpi orrendamente mutilati, ma – in un’Italia che spesso polemizza con se stessa per le più svariate inefficienze – i soccorsi furono a dir poco esemplari. Quattro anni prima, era esplosa la bomba alla stazione di Bologna; dopo la spaventosa esperienza dei cadaveri buttati di peso su un autobus di linea, qualcosa di importante si era mosso. I nuovi protocolli di soccorso si rivelarono sorprendentemente efficienti (e non a caso saranno alla base dell’istituzione del 118 a livello nazionale), con un’impressionante e cadenzata sequenza di ambulanze che partiva dal capoluogo emiliano e, transitando da un casello autostradale subito appositamente destinato a ciò, portava i feriti verso gli ospedali prontamente allertati. Nel frattempo, all’interno della galleria si prodigavano prima di ogni altro gli stessi ferrovieri, con in testa il controllore Gian Claudio Bianconcini, che sarebbe dovuto andare in pensione proprio dopo quel viaggio, che rimase anch’egli ferito dall’esplosione ma che fu il primo a chiamare i soccorsi. Sarà insignito, al pari di numerosi suoi colleghi, della medaglia al valor civile.
Come accennavamo in apertura, i dieci anni dal 1974 al 1984 sembrano un secolo dal punto di vista del cambiamento politico e sociale. Ai tempi della strage dell’Italicus si era nel pieno della strategia della tensione, asse portante – per così dire – di un dibattito politico asperrimo sullo sfondo della Guerra Fredda, nel cui quadro si snodavano il dualismo variamente composto tra DC e PCI, nonché il molto più acre dualismo tra terrorismo “rosso” (Brigate Rosse, Prima Linea, NAP) e terrorismo “nero” (Ordine Nuovo, Ordine Nero, Avanguardia Nazionale, NAR). Le bombe in piazze, stazioni e treni erano una specialità di quest’ultimo: in particolare, a rivendicare la strage dell’Italicus fu Ordine Nero. Tutto diverso ai tempi della strage di Natale, per i quali si parla di “epoca del riflusso”, vale a dire di un’opinione pubblica che da un così acceso dibattito politico – per l’appunto – “rifluisce” verso la sfera degli interessi privati a forte matrice narcisistico-consumista (è l’epoca della “Milano da bere” e del piumino Moncler…), alla faccia di questioni ideologiche e correlati terrorismi di parte. In altre parole, nessuna traccia vi era più di possibili rivendicazioni da parte di neofascisti o chi per essi.
In assenza di simili rivendicazioni, la bomba del 1984 sarà attribuita in sede giudiziale a Cosa Nostra: in particolare, al famigerato Pippo Calò, soprannominato “il cassiere della mafia”. Secondo la ricostruzione dei magistrati nonché della Commissione Stragi, si trattava della reazione della criminalità organizzata al progressivo venir meno di quel “patto tra gentiluomini” in virtù del quale la mafia garantiva alla DC il succoso serbatoio elettorale siciliano in solida funzione anticomunista, ovviamente in cambio dell’immunità per il controllo economico criminale dell’isola. A rompere quell’equilibrio erano stati – sul piano internazionale – l’inizio del disgelo tra USA e URSS, nonché – sul piano interno – il fenomeno del pentitismo; che, solennemente inaugurato da Tommaso Buscetta, sempre più consentiva allo Stato di penetrare e attaccare l’intima struttura di Cosa Nostra, della quale fino ad allora – almeno “ufficialmente”… – si sapeva molto poco. Simili vicende porteranno nel giro di un altro decennio all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nonché alle bombe del 1993; ma in quella prima metà degli anni Ottanta non potevano essere percepite da un’opinione pubblica che non aveva ancora metabolizzato la fine degli Anni di Piombo. L’impressionante parallelismo nella dinamica dei due attentati, del resto, non poteva che alimentare un equivoco sicuramente creato ad arte.
Il 23 dicembre 1984 – come abbiamo già ricordato – cadeva di domenica; iniziava, dunque, un ponte natalizio particolarmente lungo. Nonostante viaggiasse da sud verso nord e non viceversa, il rapido 904 era pieno di persone che tornavano a casa; il bilancio fu di 16 morti e 267 feriti. In un’epoca di mass media molto più sensazionalistici rispetto a pochi anni prima, i giornali pubblicarono le foto dei “regali che non arriveranno mai”: pacchetti che qualcuno aveva sciacallescamente ammonticchiato sui marciapiedi della stazione, proprio allo scopo di commuovere un’opinione pubblica già di per sé molto sconvolta. In quella selvaggia speculazione mediatica, molto spazio ebbe la vicenda della dodicenne Federica Taglialatela: non era la più giovane vittima della strage, ma aveva un cognome che si imprimeva nella mente ed era originaria nientemeno che di Ischia (qualche anno dopo, un altro Taglialatela – anch’egli ischitano – sarà portiere del Napoli). La sua meravigliosa isola ha dedicato a Federica il proprio palasport. La strage di Natale chiuse la stagione delle bombe sui treni. Di un’altra stagione della nostra storia, come visto, si saprà di più solo alcuni anni dopo.
Roberto Codebò