

Il rosso Ferrari sfavilla e conquista il Principato; è arancione il cielo sopra una Milano tinta di rosa; il giallorosso annega di lacrime lo Stadio Olimpico di Roma. In una densissima e palpitante domenica di sport, ve ne sarebbe abbastanza perché passi inosservato quel fungo atomico di gioia rossoblù che esplode sulla punta dello Stivale. Tutt’altro, invece; perché rincorsa e riscossa del Crotone già da tempo avevano finito per conquistare gli appassionati di calcio: la da tutti agognata rivalsa dei piccoli sui grandi, dei deboli sui forti, dei poveri sui ricchi, dei neofiti sugli esperti.
Non c’è ovviamente il povero Empoli sulla sponda scomoda d’un tale quadruplice accostamento. Povero ma soprattutto stupido, a buttare via una salvezza che pareva così precocemente conquistata. E pure sfortunato, perché il suo disastro, per completarsi, aveva bisogno non solo della catatonia dell’Empoli stesso, bensì pure di uno dei cambi di marcia più incredibili della storia del calcio italiano.
Nelle prime ventinove giornate di campionato, il Crotone aveva raccolto quattordici punti; nelle successive nove, ne ha totalizzati venti, uno in più – udite udite – della Juventus… Un po’ tutti, in tempi non sospetti, sottolineavano che la formazione pitagorica raccoglieva meno di quanto meritasse. Inesperienza certo, forse sfortuna; ma ci piace ora abbandonare le valutazioni tecniche per contestualizzare il miracolo crotonese citando elementi che trascendono il dato strettamente calcistico.
Dati statistici ed economici – quelli sì – cronicamente da ultima in classifica; aeroporto chiuso, stazione ferroviaria ridotta ai minimi termini; un senso di rassegnazione tutto meridionale, aggravato dal sentirsi i più poveri della regione più povera d’Italia. Questo il background socioculturale che, poco meno di un anno fa, salutò la storica promozione del Crotone in serie A. Neanche il tempo di festeggiare un così atteso riscatto sociale (ovviamente percepito anche da chi non sapeva nulla di calcio), e cominciò l’epopea dello Scida, vale a dire dello stadio. Tra cinquanta concorsi, novanta domande e duecento ricorsi – come direbbe Fabrizio De André – i lavori di adeguamento alla massima serie erano ben lungi dall’essere completati al momento dell’inizio del campionato. Trotta, Falcinelli e compagni vennero così spediti a disputare gli incontri – si fa per dire – casalinghi nella lontanissima Pescara, piazza che oltretutto, quest’anno, non appariva certo idonea a infondere spirito positivo… Furono necessari quasi tre mesi perché lo Scida fosse pronto; laddove “pronto” è senz’altro una parola grossa: non mi era mai capitato di stare in tribuna stampa vedendo piovere sul computer, mentre le strutture da circo sotto il mio sedere tremano al rombo della curva. A novembre – proprio quando mi trovavo al seguito del Toro vittorioso a Crotone – la frittata sembrava bell’e fatta…
Poi, il miracolo. Il cambio di marcia già descritto da quei numeri che però non dicono tutto, con buona pace di quel Pitagora che – crotonese doc – stavolta non è proprio profeta in patria. Perché i numeri non spiegano perché ieri, durante Torino-Sassuolo, salisse alto l’applauso di tutto lo stadio ogni volta che il tabellone annunciava un gol del Crotone alla Lazio o uno del Palermo all’Empoli. Dico a Torino perché io ero lì, ma credo proprio che sia stato lo stesso in tutti gli altri stadi d’Italia. Perché i piccoli, i deboli, i poveri, i neofiti – anche se non sempre si dice – fanno simpatia a tutti.
“Chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo / chi è stato multato, chi odia i terroni…”. Se lo cantano da soli i tifosi del Crotone, prima di ogni partita, sulle note di Rino Gaetano, altro crotonese doc. Anche se ormai tutt’altre sono le contingenze migratorie, ci sarà sempre qualcuno che odia i terroni. E poi di colpo arriva un momento in cui, almeno per un giorno, ci sentiamo tutti calabresi.
Roberto Codebò